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LETTURE/ Come trovare la verità nell’"assedio" delle cose

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Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)  Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)

Rebora sfida il suo lettore, affermando che questo è in fondo ciò che ci chiediamo tutti: l’ infinità varietà dei nostri amori, affanni, interessi, sarebbe “per nulla”? Questo è ciò che egli non si rassegna a tralasciare di scoprire, esigendo niente meno che la verità: “il mio volto s’ alza a chiedere/ la verità alla vita,/ che l’attimo contrasta/ e il dolor solo accoglie, ed è con profondo, scomodo realismo che egli subito dopo fa piazza pulita di qualsiasi posa estetizzante o romantica: “ma il dolore non basta/ e l’ amore non viene”.

Come notava ancora Boine “quasi in ogni verso qui è non sai se l’elegia o il peana della vita breve e dolorosa d’ ogni giorno, la quale ti lascia in cuore lo sconforto e l’amaro ma è pregna dell’ infinito.

Negli stessi anni Dino Campana aveva inseguito − come abbiamo visto nella passata edizione − il richiamo della “Chimera”, di una promessa di bellezza sempre intravista e sempre sfuggente; Rebora usa una immagine simile per descrivere la sua personale ed affannosa ricerca: “E quando per cingerti io balzo − sirena del tempo − un morso appena e una ciocca ho di te”.

L’uomo che si dedichi a questa ricerca di senso, scopre una misteriosa affinità tra sé e tutto il mondo, quasi non ci sia dettaglio grande o piccolo che non partecipi ed esprima la medesima aspirazione: “mar che ti volgi è riva e chiami,/ cuor che ti muovi ovunque è pena e l’ ami; il grande mare “di fuori” dialoga  coi suoi moti e le sue leggi col grande mare che è “dentro” al cuore del singolo.

Ed in fondo tutti e ciascuno aspirano a comunicare questa segreta urgenza − “voleva ognun confidare/ qualcosa ch’era tanto: […] volea ciascun gridare/ ciò che non era mai detto”, ma è tanto facile fingere il contrario, ed accontentarsi di meno: “e riser tutto il dì per non sapere,/ mentre ogni cuore sciupava/ la sua farfalla”.

 Che si tratti di una provocazione rivolta dall’artista al lettore, che egli − al pari di Baudelaire o Rimabud, come notava Betocchi (“Il Frontespizio”, aprile 1937) − non sente e non vuole che possa sentirsi spettatore estraneo, lo si evince a chiare lettere: Rebora non ci vuole neutrali, e si rivolge direttamente a noi, facendoci una domanda che attraversa lo spazio ed il tempo e ci raggiunge oggi:

“Dimmi, passante dai tristi occhi belli,
non forse udisti in gravi ritornelli
chieder dall’urto profondo
del sogno e della vita
quello che tu non sai
e profetar dal mondo
ciò che non giunge mai?

E nei suoi versi affiora costantemente tale bizzarra commistione di sconfitta eppure di rinnovata tensione, un’attesa, che non ha motivazioni logiche o razionali, eppure più forte di qualsiasi calcolo: “dall’imagine tesa/ vigilo l’ istante/ con imminenza di attesa-/ e non aspetto nessuno”.



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