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LETTURE/ Come trovare la verità nell’"assedio" delle cose

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Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)  Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)

Ieri a Firenze si è svolta la VII edizione di Performance d’Autore, manifestazione di Diesse Firenze dedicata a scrittori e poetiche non sempre è stato finora possibile valorizzare adeguatamente nei programmi scolastici. Nelle edizioni passate centinaia di studenti da tutta Italia hanno avuto così modo di paragonarsi con il genio artistico di Palazzeschi, Papini, Caproni, Luzi, Betocchi, Campana. Questa edizione è stata dedicata al poeta e sacerdote Clemente Rebora, e vi hanno partecipato oltre 500 studenti, aiutati ad incontrare Rebora dagli interventi dei poeti Davide Rondoni e Gianfranco Lauretano e del dott. Simone Magherini. Proponiamo l’introduzione di Edoardo Rialti.

“Qualunque cosa tu dica o faccia
c’è un grido dentro:
non è per questo, non è per questo!”

“Qualunque cosa”: non c’è evento, circostanza, dettaglio, grande o piccolo, lieto o doloroso, che non sia oggetto dell’attenzione e dello sguardo di Clemente Rebora; è egli stesso ad accusare questo vero e proprio assedio del reale, che provoca ed insiste: “l’egual vita diversa urge intorno”; una vita - la sua, la nostra - che è appunto “diversa”, fatta di tanti elementi differenti, eppure a suo giudizio “uguale” nel suo essere sempre interessante, capace di colpire e coinvolgere. Tutta la sua scrittura nasce da questo credito accordato alla realtà che preme, questo avvertire l’urgenza di dedicarle un’attenzione seria e costante, e per questo Rebora si distanzia subito da qualsiasi posa puramente estetica o sentimentale, come riconobbero subito i suoi primi celebri lettori, come Emilio Cecchi: “far l’elogio di questa posizione spirituale autenticarlo col raffronto di tanta viltà e scioccheria nella nostra letteratura odierna, equivarrebbe a offendere lo scrittore” (“La Tribuna”, 12 novembre 1913).

Si tratta di una voce che impressiona proprio per la forza con cui investe il lettore, come riconosceva Boine: “mi vien voglia di segnar commosso qui la parola GRANDE” (“Riviera Ligure”, settembre 1914); uno sguardo che può risultare ostico, e che si comunica spesso con uno stile altrettanto spigoloso ed aggressivo: di qui la facile scappatoia - ieri come oggi - di bollare una simile posizione e la sua espressione come oscure, difficili e faticose, ed allontanarsene “per i soliti affari di letteratura”, per ciò che può gratificarci, perché in fondo non è scomodo e già lo conosciamo. Ma, come notava sempre acutamente Boine, esporsi ad una realtà difficile può forse farci sorprendere una vastità che non possiamo trovare altrove, come chi si avventuri in un temporale: “Sissignori, c’è burrasca. Sissignori c’è un maraviglioso divampare di elettrici sprazzi in un rotto cielo e convien passare il mare e vederlo perché tutti i giorni non capita”. Ed è proprio questo quel che succede a chi decida di ascoltare i versi di Rebora: conviene soffermarsi, perché “qui c’è una fonte viva; qui c’è un anima e un uomo”.

Un uomo che racconta e sorprende i momenti lieti e leggeri quando corrono “per l’aria imagini di bene/ con riso di speranza” ma anche lo sconforto “del sogno disperso/ dell’orgia senza piacere/ dell’ebbra fantasia”, un giovane che si incanta ad osservare il “respiro pieno del lago” o le stelle che in cielo sembrano vive anche loro e, come delle ragazze, danno “bàttiti di ciglia/ divini”; che si accorge di come esistano dei suoni così cari, così familiari per le tante memorie che si portano dietro, che uno potrebbe quasi dire loro “voce tua, voce mia” - come le campane che ascoltava fin da bambino. 



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