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LETTURE/ Come trovare la verità nell’"assedio" delle cose

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Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)  Clemente Rebora (1885-1957) (Immagine d'archivio)

Come un soldato Rebora ha “vigilato”, ed il “nessuno” tanto atteso si è per lui concretizzato nell’incontro col Dio cristiano, che getta una luce nuova anche su tutti gli anni ed i travagli passati: “sempre ho sbagliato strada,/ sull’Alpi, avventurandomi da solo;/ e una mano infine mi avviava”, ma tale nuova dimensione conoscitiva, che sfociò nella scelta di diventare sacerdote, non abolisce affatto lo sguardo e la tensione di prima, né li considera superflui o superati: per questo Contini notava che la poesia di Rebora, prima e dopo la conversione, è “tutta solida e coerente” (“Esercizi di lettura”, 1974) e lo stesso Pasolini ammirava come, dai primi esordi agli ultimi anni, è “come se fosse passata una sola notte” (“Passione e Ideologia”, 1960). Il giovane poeta che aspirava che “palesasse il mio cuore/ nel suo ritmo l’umano destino nel descrivere la sua vocazione attinge alle stesse immagini che avevano ispirato le sue liriche più celebri: essa è “come una campana” e “come come un fiume”, né il mondo ha smesso di parlargli, pieno di una misteriosa ricchezza, che ha tanto da dire sul mistero stesso di essere uomini:

“Vibra nel vento con tutte le sue foglie
il pioppo severo:
spasima l’ anima in tutte le sue doglie
nell’ ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con raccolte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco si inabissa ov’ è più vero.

Rebora continua a farci guardare così, dentro e fuori di noi, invitandoci ad inabissarci in cerca della verità più autentica di noi stessi e del mondo. Ogni sua poesia costituisce tale mano tesa, tale possibilità di cammino autenticamente umano.

 



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