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LETTURE/ Afghanistan sola andata: così Micalessin riporta i nostri soldati a casa

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A lasciare un segno indelebile è soprattutto la morte del primo caporal maggiore del 7° reggimento alpini Matteo Miotto. È il 31 dicembre 2010. L’Italia è impegnata a preparare cene, feste e veglioni nell’attesa del nuovo anno. A Buji nel Gulistan, invece, i talebani attaccano l’avamposto di Camp Snow. Il giovane militare di Thiene è tra i primi a rispondere al fuoco nemico. Viene colpito a morte - da un proiettile in ricaduta - durante lo scontro a fuoco. Ma la missione di Miotto non s’interrompe in Afghanistan (un Paese che lo affascinava, un popolo per cui provava profondo rispetto). Nel suo breve testamento, Matteo testimonia i valori per cui ha donato la propria vita. La vita di un ragazzo di ventiquattro anni che - come gli ripeteva sempre da bambino il nonno Antonio in dialetto veneto - «la guera, quela vera, non la vederè mai».

Alla vigilia della battaglia di La Drang in Vietnam, il 14 novembre 1965, il tenente colonnello dell’esercito americano Hal Moore fece una promessa ai suoi uomini: «Stiamo andando a combattere un nemico duro e determinato. Non vi posso promettere che vi riporterò tutti a casa vivi. Ma questo vi giuro... quando andremo in battaglia, sarò il primo a mettere piede sul campo, e sarò l’ultimo a lasciarlo. E non lasceremo indietro nessuno... vivo o morto. Noi ritorneremo a casa assieme». Richiudendo Afghanistan sola andata, dopo averne terminato l’ultima pagina, il lettore dovrà riconoscere che grazie a Micalessin i nostri soldati caduti non sono stati lasciati indietro, ma sono ritornati a casa.



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