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LETTURE/ Cosa ce ne facciamo di un Dio senza carne? Testori "risponde" a Galimberti

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Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)  Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)

Nell’affollarsi di ricordi e visioni, ritorna la maestra dell’infanzia, la “signora maes”, giudice e tribunale di vita (e di fede) che, insorgendo, obietta: “Di che fede, di che Gesù vuol parlare lei, lei, che, di sua volontà, e solo per prepararsi a un sicuro e meritato suicidio, si vende a destra e a manca?". Ecco la grande riduzione del Divino ad “agenzia etica”. Ma, quella del Riboldi, è una redenzione nella disperazione, nel lamento di chi, anche solo per bestemmiarLo, Lo ha invocato. La venuta e l’incarnazione del Cristo nel frammento (e la lingua di Testori ne è testimonianza, immagine reale e viva) più sporco e perduto. Dentro quel male che Galimberti ha separato da Dio.

Sortì fuori. Fuori venne. Per ciappàrmi. Sortìron, anzi. Ricordo no. Perchè ‘des. ‘Des che lu el cunta, finit’è. Finit’è. Et per semper. Sortìron, ecco, le di lui. Le di lui mani, sì! V’eran due. Sui palmi. Buchi due. V’eran. El m’ha ciappà in di! El m’ha ciappà in di! In di so brasch, mamma! El m’ha ciappà in di! Lu! Lu! Il mà prì dan! Dan sé brà il mà! Il mà! Anca se io son ‘pena ‘rivato a dirci: ti faccio schifo no? Merito no che te tiri l’acqua e vada giù con la merda? Ma i suoi bracci! I so! I so! I so! E i dida! I so! I so! Mi stringevan su, mamma! Mi stringevan su, papà! Fu, ecco, fu. Come quando, fu. La prima volta. In la gièsa. D’Annò in. La prima volta che. Dervii che. I làber. Per ciappàl in la. In la bucca in. Lu! El Crist de tucch i assassìn, de tucch i vacch che sèm! Ma ‘des. ‘Des che eva la dernièr. ‘Des, lu. Tucch i àlter volt cunt i usèi! ‘Des lu i a scassàva! Tucch! Eren i so làber, eren! Eren i so! I so eren che ciappàvano didentro di loro me! Di dentro di loro me! Me ego, ciappàvano! Me ego, papà! Me ego, mamma!

Le braccia e le mani del Cristo, emergendo dalla ferita tutta carnale del Riboldi, lo sorreggono, lo sostengono in quel grido finale, ultimo. Una lacerazione del corpo, dell’essere fisico e biologico, nella cui bassezza e miseria Cristo accetta di incarnarsi, ripercorrendo anche la propria Via Crucis, il proprio calvario. E’ un dolore fattosi coscienza, e cioè peccato, quello del Riboldi, dentro cui il suo “Gesuìno” spalanca le braccia. Ribaltandosi la domanda di Nietzsche sulla utilità di un Dio che è solo bene, non viene che da chiedersi (o esclamare): non è forse più vero un Dio che, essendo amore e perdono, accade nel male umano? Una sorta di luce, l’indomani mattina, avvolgeva il corpo del Riboldi. Mentre il cielo della storia era stato riempito. E non si poteva più ritenere notte.

Quanti, l’indomani, s’affrettarono per primi ai treni, lo videro. Coperta d’un lenzuolo bianco, la barella, su cui era stato deposto, attraversò, infatti, l’intera stazione. Alcuni chiesero e seppero. Altri andaron oltre. Tutti, però, al passaggio, scorsero una sorta di luce che, lentissimamente, andava formandosi sopra il cadavere e pareva vincere il grigior delle volte e il buio di ciò che, di là da esse, risultava improprio definir alba, benchè neppur possibile fosse ritener notte. 



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