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LETTURE/ Cosa ce ne facciamo di un Dio senza carne? Testori "risponde" a Galimberti

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Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)  Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)

Da sempre la visione del cielo è per l’uomo specchio del suo destino, immagine di qualcosa che sfugge, o che lo attende, come il risuono di una promessa. Il saggio di Umberto Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, uscito per Feltrinelli, mostra, fin dal titolo, la contraddizione di una religione incapace di abbracciare il tutto della vita. Se il sacro è intriso insieme di fascino e terrore, gioia e paura, rispecchiando la complessità e l’ambiguità della vita, il cristianesimo ha trasformato Dio in solo bene, in sola giustizia. “Il cristianesimo ha desacralizzato il sacro”, spiega Galimberti. “Che importerebbe un Dio che non conoscesse né ira, né vendetta, né invidia, né scherno, né astuzia, né azioni violente… un Dio simile non lo si comprenderebbe, a quale scopo dovremmo averlo?”, si chiedeva già Nietzsche. Togliendo a Dio la responsabilità del male, il cristianesimo l’ha rimpoverito, ridotto, violentato, rendendolo incapace di riempire il cielo della storia. Quel cielo che prima era immagine e interrogativo. Così, prosegue Galimberti, “smarrite le tracce del sacro, attenuata con l’incarnazione la trascendenza di Dio, il cristianesimo si è ridotto ad agenzia etica”.

A quasi vent’anni dalla morte di Giovanni Testori (1923-1993), un suo libro, violentissimo, estremo, si inserisce, ferendo e lacerando, nella questione lanciata da Galimberti. In Exitu è la storia di un giovane diseredato della periferia milanese, omosessuale, che, per pagarsi la droga, decide di prostituirsi. Un monologo ininterrotto, un grido senza speranza, una fatalità totalmente desacralizzata. La tragedia si consuma alla stazione centrale di Milano, nel momento cruciale dell’overdose. E, tuttavia, è una tragedia senza senso, senza scampo, quella cui la cultura che ha prodotto Riboldi Gino (la città, la Milano che annulla e cancella qualsiasi sguardo sul dolore più acuto, sulla sofferenza senza risposta) l’ha portato e gettato, in agonia, sul pavimento di una stazione, nell’indifferenza della notte (“Lì, è. Lui (nessuno). Lì fu. Lui (nessuno). Lì era. Lui (nessuno). Lì sarà. Lui (nessuno)” è l’inizio del libro).

Priva anche di un linguaggio, che si frantuma e rompe, si spezza nell’impasto e nel vortice linguistico di Testori, la confessione-grido del Riboldi nasce ancorata alle regioni più profonde e buie dell’animo umano, e del suo dolore. Dentro una ferita che non può essere espressa, se non balbettata, gridata per frammenti. Nel delirio, nella Via Crucis del Riboldi, i ricordi si annebbiano, confondendosi nella bestemmia di chi è perso, solo, pochi istanti prima dell’abbandono. Nel cesso della stazione. Fin quando, nella miseria più infima, nel vomito, sul vicì, il protagonista vede le braccia, le mani del Cristo sorreggerlo. Emergere dentro lo sporco, dentro i buchi delle sue ferite, per abbracciarlo. Una luce salvifica nella più bassa concretezza della materia. 



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