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IL CASO/ Perché la "cultura" non interessa più la gente?

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Sagrada Familia, Il giudizio di Gesù (Wikipedia)  Sagrada Familia, Il giudizio di Gesù (Wikipedia)

Sapete qual è la percentuale di italiani che non ha mai messo piede in un museo? Sono quasi il 58 per cento. È una cifra frutto di elaborazioni realizzate da Fondazione Cittaitalia, incrociando i dati di altri istituti di ricerche, dal Censis all’Istat. È una cifra impressionante che rivela come in Italia il problema della cultura oltre che la scarsezza di fondi sia l’incapacità di incontrare la domanda di milioni di cittadini. Il problema è serio e riguarda in grado uguale pubblico e privato: la crescita del livello di istruzione che ha accompagnato la storia dell’Italia negli ultimi 50 anni non ha avuto come conseguenza un parallelo aumento dei consumi di cultura. Se un tempo tanti antenati che non sapevano leggere, sapevano però declamare pezzi di Divina Commedia a memoria, oggi nessuno saprebbe più chi sia Dante, se non fosse per Benigni e per la martellante pubblicità di un gestore telefonico…

Più l’istruzione media cresceva, più la cultura diventava fatto per un circolo chiuso di una minoranza. Non so se vi sia mai capitato di comperare il giornale la domenica in un autogrill. Dove c’è la pila del Corriere della Sera, vedrete montagne di inserti culturali (La Lettura) che la gente neanche prende su: e stiamo parlando di un pubblico già acculturato, come può essere il lettore di quotidiano.

Perché tutto questo è accaduto? La risposta è molto semplice: perché la cultura non è più un fatto che sappia stabilire nessi stringenti con la vita. Non riesce più ad esser fatto di popolo, come lo era stata in tanti periodi della nostra storia. Forse perché il popolo non c’è più, o forse perché non lo si sa più auscultare. Per capirci: nell’Italia del dopoguerra milioni affollavano i cinema per vedere Rossellini, De Sica, Pasolini e Fellini. Uomini di cultura che sapevano raccogliere le attese della gente, che sapevano parlare a tutti, senza far sconti sulla qualità e sull’“altezza” dei loro lavori. La cultura sapeva comunicare energia, sapeva commuovere e trainare, senza distinzioni di ceti né di livello di istruzione.

Oggi più la cultura presume di avere chiavi interpretative della realtà, e più è estranea da chi nella realtà vive. Siamo di fronte a qualcosa che sembra una nuova arcadia socialmente e politicamente corretta, ma che pur sempre arcadia resta e che si autolegittima sulla base di una presunzione intellettuale e di una superiorità etica.

Tempo fa mi è capitato di partecipare ad un convegno che aveva a tema proprio la fruizione di musei e mostre, organizzato dall’Assessorato alla cultura di Milano. 



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