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IDEE/ L'antipolitica di Grillo? E' figlia (illegittima) di Berlusconi

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Beppe Grillo (InfoPhoto)  Beppe Grillo (InfoPhoto)

Infatti, per una politica seria si tratta di integrare questi interessi, pur nei loro contrasti fino ad un certo punto legittimi, nella dimensione del “bene comune”; che si rivela quindi la vera dimensione sacrificata dalla “postdemocrazia” come anche dall’“antidemocrazia”. Ma senza la dimensione del bene comune non si afferma più lo Stato di diritto come unico vero garante della libertà umana: perché è la dimensione della giustizia costituzionale che oltrepassa davvero la dimensione del mero interesse che si scarica nelle lotte anarchiche.

Per garantire il rispetto della dimensione del diritto ci vuole, però, una leadership che non è carismatica, bensì basata sulla legalità dell’ordinamento e sull’etica della responsabilità dei suoi leader. Cosa significa questo? Max Weber analizza dapprima il potere carismatico, il quale dipende tutto dalla statura del leader che non ammette nessun giudizio sulle sue azioni e sulle sue scelte. Uno dei primi effetti che ne deriva è senz’altro una de-istituzionalizzazione della realtà politica e una riduzione dei processi controversi e discorsivi della cultura politica. È degno di interesse notare che sono questi i fenomeni che accumunano Berlusconi e Grillo: non il banale fatto che si tratta di “comici” – e questa analogia veramente non fa più ridere nessuno –, ma lo stile della loro leadership. Non a caso non mancano le critiche a Grillo all’interno del proprio movimento nonché da parte dei “Pirati” europei, secondo i quali egli attuerebbe uno stile troppo carismatico e quindi di leadership personale. In questa maniera, Berlusconi e Grillo svuotano le istituzioni politiche della loro funzione di “bene comune”, e riducono la politica ad un risultato dei loro interessi con i quali si identificano poi i loro seguaci.

Invece una politica attenta al bene comune, quindi alle istituzioni democratiche, esige leader che agiscono, sempre secondo la dizione di Weber, seguendo l’«etica della responsabilità» da esercitare con «dedizione appassionata» e «lungimiranza»: ciò significa badare piuttosto che ai propri fini o interessi alle conseguenze che determinate scelte comportano per la respublica in quanto tale e nel suo assetto istituzionale e costituzionale. Per tale compito è richiesto, senz’altro, una certa distanza personale del politico da ciò che è la sua «professione», per non identificare i suoi interessi personali (e spesso autoreferenziali) con la “causa comune”. Infatti dice Weber: «l’uomo politico deve dominare in se stesso, ogni giorno e ogni ora, un nemico del tutto banale e fin troppo umano: la vanità comune a tutti, la nemica mortale di ogni dedizione a una causa e di ogni distanza e, in questo caso, della distanza verso se stessi». È qui, in altre parole, dal mancato rispetto di questo tratto fondamentale di etica politica, che nasce l’antipolitica. E non a caso vediamo identificarsi proprio qui l’errore fondamentale sia di Berlusconi sia di Grillo.

 



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