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TESTORI/ La poesia? Un corpo a corpo con Dio

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Non è un caso che I Trionfi si aprano, già quasi nei primi versi, con un appello accorato ad una «eternità, / vittoria sulla morte, / che tutti non aspettano fuori che noi…» lì dove il «noi» è sì il riferimento ad un preciso rapporto, ad una precisa situazione personale, ma fissa anche una sigla teoretica: il «noi» è il luogo privilegiato per l’accadimento dell’eternità, il «noi» – ovvero, sembra dire Testori, l’esperienza amorosa, quell’esperienza d’amore che non è tale se non trova una definizione più piena nei termini della «carità» – è la possibilità che l’io stesso emerga in tutta la sua insaziabile sproporzione, nella sua vertigine: «O sete, / sete infinita d’una luce / che mai riuscirò qui a esprimere». «Appena ti vedo mi sorprendo / come se fossi della vita / al primo giorno»: all’interno di un rapporto la vita risorge. E la poesia diventa il “foglio di via” di questa ripartenza:

Quando tutto
sembra di già perduto
allora tutto
può di nuovo cominciare,
se chiudi gli occhi
e dici:
“è passato;
siamo rinati
di là dalla tentata morte
nel letto della nostra grande,
cristiana umiliazione”
.
(da L’amore, XXXIV)

Ma è un’umiliazione che restituisce la vita alla sua strada, alla sua freschezza, un’umiliazione che fa dire – in un’altra poesia della raccolta A te – : «Vivere senza te non posso più… / – mi hai sussurrato – / Perdonami, mio pastore disperato, / anche lasciandoti / t’ho amato». O ancora, ne L’amore: «Io a te mi stringo, / alle tue ossa / vinte dalla tristezza / per cui sei ciò che mi sei, / eternità nel nulla, / nel presente, luce».

Di un’altra situazione la poesia di Testori è stato il luogo precipuo e privilegiato: come per Giorgio Caproni, infatti, la poesia di Testori è stata la sede della rissa con Dio, di un inesauribile corpo a corpo con la figura di Cristo. Nel caso di Testori la rissa si spinge fino alla bestemmia, alla sconsacrazione più offensiva e deturpante, nel tentativo di sfregiare quel Cristo che, nel corso degli anni, si era piantato nella vita con una forza e un’instancabilità tale da risultargli ossessivo, irreparabile, prepotente. La bestemmia di Testori risulta quindi una sorta di messa alla prova, di verifica di quanto possa resistere il volto di Cristo allo sputo e alla sfida – quanto sia capace di permanere intatto, quanto quel Volto rimanga irriducibile al suo gesto distruttivo: «Chi ha distrutto la mia pace / sei stato Tu, / la Tua falsità. // Avessi creduto anch’io / all’inumana omertà / avrei accettato la Tua incarnazione, / questa vile, idiota, / sanguinante delazione», o ancora: «M’aspetti nel buio / come un’affamata prostituta, / come un ladro m’azzanni / nei riposi difficili e ansiosi». 



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