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LETTURE/ Benedetto XVI e von Hayek, liberare la ragione dal "bunker"

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Ora, invece, la realtà ha a che fare con una complessità “essenziale” rispetto alla quale dobbiamo riconoscere una nostra “ignoranza” di comprensione nella sua totalità, come gli stessi fondatori dell’applicazione della matematica all’economia riconoscevano. A questo proposito è interessante la citazione di “quei notevoli precursori dell’economia moderna, gli scolastici spagnoli del XVI secolo, che enfatizzarono ciò che denominarono pretium mathematicum, il prezzo matematico, dipendente da così tante circostanze particolari da non poter mai essere conosciuto dall’uomo ma soltanto da Dio. A volte vorrei che i nostri economisti matematici prendessero a cuore tale affermazione”.

Ad una “presunzione di conoscenza esatta, ma probabilmente falsa”, Hayek preferisce “una conoscenza vera, anche se imperfetta”. “L’accettazione acritica di asserzioni che hanno l’apparenza di essere scientifiche” è pericolosa: “nelle scienze umane, quella che appare superficialmente come la procedura più scientifica è spesso la meno scientifica. [...] Affidare alla scienza qualcosa di più di ciò che il metodo scientifico è in grado di realizzare, può avere effetti deplorevoli [...]. Resisteranno a una tale idea specialmente tutti quelli che speravano che il nostro crescente potere di previsione e controllo, generalmente considerato il risultato caratteristico del progresso scientifico, applicato ai processi della società, ci avrebbe presto permesso di modellare l’intera società a nostro piacere”.

Ma se una conoscenza “esatta” non è possibile, occorre allora rinunciare alla conoscenza? No. Infatti, se l’uomo non può acquisire la conoscenza completa che permetterebbe la padronanza degli eventi, “dovrà utilizzare la conoscenza che potrà conseguire, non per modellare gli eventi come l’artigiano modella i suoi manufatti, ma piuttosto per coltivare lo sviluppo favorendo le condizioni ambientali adatte, così come fa il giardiniere per le sue piante (Peguy fa un esempio ed esprime un concetto molto simile in “Cartesio e Bergson”, nda). C’è un pericolo, nell’esuberante sensazione di sempre maggiore potere che il progresso delle scienze fisiche ha generato, che tenta l’uomo, “ubriaco di successo”, a cercare di assogettare al controllo della volontà umana non solo il nostro ambiente naturale ma anche quello umano. Il riconoscimento dei limiti insormontabili alla sua conoscenza deve effettivamente insegnare allo studioso della società una lezione di umiltà che dovrebbe impedirgli di diventare un complice nel fatale tentativo degli uomini di controllare la società – un tentativo che lo rende non solo un tiranno dei suoi compagni, ma che può renderlo il distruttore di una civiltà che nessun cervello ha progettato ma che è nata dagli sforzi liberi di milioni di individui”.



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