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LETTURE/ Benedetto XVI e von Hayek, liberare la ragione dal "bunker"

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Nella recente intervista a Benedetto XVI in occasione del film Bells of Europe, l’intervistatore pone una grande questione: “Santità, Lei ha più volte ribadito che l’Europa ha avuto e ha tuttora un influsso culturale su tutto il genere umano e non può fare a meno di sentirsi particolarmente responsabile, non solo del proprio futuro, ma anche di quello dell’umanità intera. E domanda come i cristiani possono “cercare vie nuove per affrontare le grandi sfide comuni che contrassegnano l’epoca post-moderna e multiculturale?.

Il Santo Padre, riconoscendo la gravità della questione, premette che “l’Europa deve [...] trovare ancora la sua piena identità per poter parlare e agire secondo la sua responsabilità”. E il primo problema su cui focalizzarsi è che “in Europa oggi abbiamo due anime: un’anima è una ragione astratta, anti-storica, che intende dominare tutto perché si sente sopra tutte le culture. Una ragione finalmente arrivata a se stessa che intende emanciparsi da tutte le tradizioni e i valori culturali in favore di un’astratta razionalità. [...] Ma così non si può vivere”.

Questa prima osservazione riporta alla mente lo storico discorso di Hayek in occasione dell’accettazione del premio Nobel per l’economia. In quella occasione egli sentì l’urgenza di mettere in guardia i suoi uditori da un problema più ampio dell’ambito strettamente economico e parlò della “pretesa della conoscenza”. Era il 1974 ma, quando una cosa è vera, più passa il tempo e più diventa attuale.

Hayek denunciò come, negli economisti, vi fosse “la tendenza a imitare quanto più strettamente possibile le procedure delle scienze fisiche – un tentativo che, nel nostro campo, può condurre ad un errore molto grave”.  È un approccio “scientistico” che è “decisamente non scientifico, nel senso vero della parola, poiché prevede un’applicazione meccanica e non critica di abiti mentali a campi differenti da quelli in cui sono stati formati”.

Infatti, “mentre nelle scienze fisiche si assume generalmente, e probabilmente a buona ragione, che ogni fattore importante che determina gli eventi osservati sia esso stesso direttamente osservabile e misurabile, nello studio di fenomeni complessi come il mercato, che dipendono dalle azioni di molti individui, difficilmente tutte le circostanze che determineranno il risultato di un processo potranno mai essere completamente conosciute o misurabili”. Succede così che, mentre nelle scienze fisiche il ricercatore va a misurare ciò che, sulla base di una ipotesi, ritiene importante, negli altri campi di ricerca si ritiene importante solo ciò che è misurabile.  Si arriva al paradosso che i fattori misurabili diventano gli unici rilevanti a spiegare i fenomeni. 



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