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LETTURE/ Ecco la "rivoluzione" che può salvare Firenze (e noi)

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Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)  Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)

Quei ragazzi avevano i nomi di Masaccio, Donatello, Ghiberti e ovviamente Brunelleschi. La loro non è un’avventura relegabile ad una pur grande stagione storica, ma è un qualcosa che ha segnato in modo definitivo il destino di Firenze: ed oggi Firenze è come se avesse paura a guardare in faccia o dentro se stessa. «Ha esiliato il Rinascimento», ha scritto Doninelli, «ha allontanato da sé lo scandalo di chi non può quietarsi per quello che ha già fatto, l’irrequietezza di chi è nato dall’innovazione e ad essa è legato per sempre, come Prometeo alla rupe».

C’è quindi da riscoprire il senso di quella novità che ancora pulsa nelle fibre di Firenze: è il lato più affascinante di questo libro, che facendoci aprire lo sguardo su ciò che il passato ha disseminato, con una ricchezza mai vista, in quel chilometro quadrato attorno all’Arno, ce lo fa sentire non solo affascinante, ma assolutamente presente. Prendiamo le pagine dedicate alla Cupola del Duomo, il capolavoro di Brunelleschi che si innalza nelle sue forme radicalmente nuove, ma capaci di abbracciare il passato medievale della città, con quel suo movimento doppio verso l’alto e verso il basso, per cui noi «pur trovandoci fuori di essa, siamo al tempo al suo interno».

È un Rinascimento che rifiuta l’idea di isolarsi, di esibire la propria grandezza rispetto al contesto, ma è «in perenne conversazione con il mondo». Ma ciò che in quel momento della storia riguardò concretamente Firenze, in realtà è qualcosa che poi ha riguardato tutta la storia del mondo, senza neanche confini di civiltà, scrive Doninelli. Per questo il libro, partendo dalla circostanza di una figliolanza dell’autore rispetto a quella città, poi allarga il raggio al mondo.

Firenze è come un epicentro, un punto sorgivo di una visione del mondo che allaccia in un’unica storia la spericolatezza necessaria dell’innovazione all’ampiezza di cuore necessaria per l’accoglienza e per l’abbraccio dell’altro. Firenze, e in particolare quella piazza dimenticata da cui tutto è partito, ha dimostrato che è una simbiosi praticabile e possibile.



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