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VATICANO II/ Perché il Concilio (non) ha cambiato la fede della gente?

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Concentrarsi sulla riforma liturgica non significa affatto sminuire la portata del Concilio. Significa soltanto ammettere che qui da noi, in una terra che all’epoca si riconosceva naturaliter christiana e andava orgogliosa della sua cattolicità, altri elementi di quell’innovazione destarono forse meno sorpresa. C’erano i preti che non vestivano più da preti, d’accordo, e andavano in giro con i pantaloni e il collarino, tali e quali i “pastori” che si vedevano ogni tanto nei film americani. Ma in sostanza erano ancora i preti di prima, abituati da sempre a declinare il mandato di prossimità anche in termini di un’attenzione sociale che il Vaticano II ha potuto mettere a tema proprio perché già apparteneva alla tradizione e alla sensibilità dei credenti. 

E i laici? Probabilmente il loro ruolo non è stato valorizzato abbastanza nella vasta e tutt’altro che uniforme provincia italiana. La quale, però, è in buona compagnia, se si considera che allo scoccare del cinquantesimo anniversario dell’assise ecumenica la vera trasformazione incompiuta (nel senso, se non altro, di un’attesa che ancora non si è realizzata nella sua interezza) è il riconoscimento del popolo di Dio come popolo sacerdotale. A questo, tra l’altro, allude la disposizione di assemblea e sacerdote stabilita dalla cosiddetta «Messa di Paolo VI», per annunciare la quale don Antonio Brambilla – un estroso prete-pittore ambrosiano, noto con lo pseudonimo di don Abram – aveva affisso sul portone della chiesa un cartello così concepito: «Domenica l’Eucarestia sarà celebrata nel nuovo rito conciliare. Sarà presente l’Autore». 

Una battuta, certo, ma capace di ricordare che fra tanti cambiamenti qualcosa rimaneva immutato, ed era ciò che in fondo veramente importava e importa. C’era il Concilio, c’era il vento nuovo che spirava, ma non per questo la Chiesa cessava di essere la sponsa Christi che generazioni e generazioni di fedeli avevano imparato a conoscere e ad amare. Oggi, a cinquant’anni di distanza, l’Italia che si illude di non essere più provinciale (e che invece non è stata mai tanto imitativa e subalterna) farebbe bene a riscoprire la tenerezza di quella condizione filiale, sintetizzata in modo perfetto da Giovanni XXIII nel celebre discorso della luna e della carezza da portare ai bambini. Gli italiani semplici del 1962 ascoltarono quelle parole e credettero di aver capito tutto del Concilio. Probabilmente non si sbagliavano.

 



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COMMENTI
07/11/2012 - Io sono nata nel 1967 (Gianuizzi Caterina)

Io sono nata nel 1967, sono di Firenze. Quando andavo a catechismo, io il più delle volte non capivo niente. Mi veniva sempre citato questo fantomatico Concilio Vaticano II, e io non ci capivo niente. Meno male che poi a casa mi parlavano di Gesù e dei sacramenti, perché a catechismo non ne sentivo quasi mai parlare in modo meno che ideologico. E' cambiare la realtà fare l'amarcord e pensare che il Concilio in fondo non abbia cambiato la fede della gente. La mia l'ha cambiata eccome. Avrei fatto molta meno fatica a capire cosa voleva dire essere cristiani, ci avrei messo magari la metà del tempo.