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VATICANO II/ Perché il Concilio (non) ha cambiato la fede della gente?

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E sac de nùs in tentasiùn. Magari è una leggenda, magari non è vero niente, ma pare che una volta, quando la Messa era in latino e durante la Messa le pie donne recitavano il Rosario, la più controversa fra le invocazioni del Padre Nostro (et ne nos inducas in tentationem) si trasformasse in una faccenda di noci da stipare nei sacchi in vista dell’inverno. Che pure in mezzo a quel nonsense la consapevolezza della tentazione sopravvivesse fino a risplendere come una gemma oscura, è argomento che potrebbe essere utilmente dibattuto da teologi e antropologi. Qui l’aneddoto serve a ricordare come nella provincia italiana il Concilio Vaticano II si sia manifestato anzitutto mediante la rivoluzione della riforma liturgica.

Provincia italiana, si diceva. Ma sarebbe più corretto parlare della grande provincia che è l’Italia e che tale rimane in tante sacche di resistenza pure nelle aree metropolitane. È così ancora adesso, così era a maggior ragione mezzo secolo fa, mentre il Paese viveva processi di inurbamento tumultuosi e vistosamente imperfetti, tali da giustificare l’invettiva pasoliniana sulla «modernizzazione senza sviluppo». Da un certo punto di vista, l’Italia dell’ultimo secolo è sempre rimasta una realtà anteriore: non necessariamente nostalgica, e anzi smaniosa di liberarsi del suo passato contadino, perfino a costo di sostituire il paesaggio vasto della campagna con gli orizzonti angusti di un condominio piccolo-borghese.

L’immagine più eloquente di questo intreccio vertiginoso è fornita dalle testimonianze che una troupe della Rai raccoglie fuori da una chiesa nella domenica in cui, per la prima volta, si celebra il rito eucaristico in lingua italiana. La scena è in una grande città del Nord, probabilmente Milano, e fra gli intervistati c’è anche un padre di famiglia dal duro accento meridionale, particolarmente entusiasta della novità. Spiega di essersi portato il magnetofono in parrocchia, in modo da registrare la Messa e potersela riascoltare con calma a casa, insieme con i figli (maschi, adolescenti e silenziosi) che annuiscono dal bordo dell’inquadratura, in un atteggiamento più complice che imbarazzato. L’uomo è basso, ingrigito, veste in modo dignitoso e modesto. Non ci vuole molto per riconoscere in lui il tipico operaio salito dal Sud, e cioè l’eroe indiscusso di quella provincia interna senza la quale – ripetiamolo – il nostro Paese sarebbe ancora più difficile da decifrare. 



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COMMENTI
07/11/2012 - Io sono nata nel 1967 (Gianuizzi Caterina)

Io sono nata nel 1967, sono di Firenze. Quando andavo a catechismo, io il più delle volte non capivo niente. Mi veniva sempre citato questo fantomatico Concilio Vaticano II, e io non ci capivo niente. Meno male che poi a casa mi parlavano di Gesù e dei sacramenti, perché a catechismo non ne sentivo quasi mai parlare in modo meno che ideologico. E' cambiare la realtà fare l'amarcord e pensare che il Concilio in fondo non abbia cambiato la fede della gente. La mia l'ha cambiata eccome. Avrei fatto molta meno fatica a capire cosa voleva dire essere cristiani, ci avrei messo magari la metà del tempo.