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Cultura

STORIA/ Lechia Danzica, la squadra di calcio che osò sfidare il comunismo

Lech Walesa insieme ad altri tifosi del Lechia (Immagine d'archivio)Lech Walesa insieme ad altri tifosi del Lechia (Immagine d'archivio)

Ma torniamo all’autunno dell’83. Dopo la batosta di Torino, i polacchi non si persero d’animo e sperarono nel ritorno, previsto il 28 settembre, a Danzica. Le autorità comuniste erano preoccupate che una semplice partita potesse trasformarsi in una protesta pubblica rilanciata a livello internazionale, visto che c’era la diretta RAI. Così furono prese misure per evitare spiacevoli imprevisti: i servizi di sicurezza fecero da angeli custodi ai giornalisti italiani per timore che la nostra stampa si interessasse troppo agli sviluppi della situazione polacca (la «Gazzetta» pubblicò persino un’intervista a Walesa). Le riprese televisive non dovevano essere lasciate al caso, occorreva evitare di inquadrare «interventi ostili di gruppi legati all’underground politico o che confermassero la presenza allo stadio di persone note per interventi antisovietici» – ossia di Walesa. Una squadra di agenti ebbe il compito di monitorare tutte le manifestazioni della tifoseria e prevenire striscioni e cori invisi al regime.

Simili provvedimenti erano già stati presi l’anno prima ai Mondiali di Spagna, che in Polonia eran stati trasmessi con 5 minuti di differita in modo da avere il tempo di «pulire» le riprese. Danzica fu divisa in vari settori, furono sorvegliati lo storico ingresso n. 2 dei cantieri Lenin e la (ex) sede di Solidarnosc, nello stadio erano presenti 200 agenti in borghese dotati di telecamere e autorizzati a strappare striscioni irregolari. Fu allertato il personale medico e persino i tribunali cittadini, in totale all’operazione parteciparono oltre 1500 agenti con tanto di blindati, cannoni ad acqua e cellulari.

Spossati da mesi di stato di guerra, i tifosi evitarono però proteste clamorose. «Eravamo seduti nella calca – ricorda uno di loro, – e poi improvvisamente il passaparola: c’è Walesa in mezzo a noi! Non ho mai sentito tante ovazioni per lui come quella volta! Cominciammo a scandire slogan patriottici e anticomunisti… Credo che la polizia non se l’aspettasse».

Se l’aspettavano eccome, anche se non riuscirono a zittire tutti quanti perché – come scriveva Bulgakov – la realtà è testarda.

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