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STORIA/ Lechia Danzica, la squadra di calcio che osò sfidare il comunismo

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Lech Walesa insieme ad altri tifosi del Lechia (Immagine d'archivio)  Lech Walesa insieme ad altri tifosi del Lechia (Immagine d'archivio)

Al 38’ del secondo tempo Boniek siglò il terzo gol che sancì la vittoria della Juve e sul vecchio stadio del Lechia di Danzica calò il silenzio. I 40.000 tifosi polacchi, stipati in una struttura che ne poteva contenere poco più di 10.000, ancora sognavano la rivincita dopo la bruciante sconfitta di 7 a 0 subita a Torino il 14 settembre di quello sfolgorante 1983 che per la squadra bianco-verde significò il salto internazionale nella Coppa delle Coppe. Ma al primo turno al Lechia era toccata una Juventus fortissima, in cui giocavano ancora i campioni del mondo dell’82: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi, e i due «stranieri» Platini e Boniek. Per prepararsi alla Coppa, il Lechia era sceso in Italia per alcuni incontri amichevoli accompagnato da un centinaio di tifosi che furono ricevuti anche da Giovanni Paolo II, nonostante le obiezioni degli «ufficiali politici». Alcuni tifosi ne approfittarono per chiedere asilo politico – era stato appena revocato lo stato d’assedio che aveva stremato la Polonia dall’81 – e l’aereo rientrò in patria con diversi posti vuoti.

Il Lechia di Danzica non era una squadra come le altre: in Polonia era considerata la squadra di Solidarnosc e la sua tifoseria un ricettacolo di oppositori al regime. Don Jaroslaw Wasowicz tifa Lechia sin dalle elementari (pare che si tolga la sciarpa bianco-verde solo durante le funzioni), e ha scritto un libro dal titolo inequivocabile: «La Solidarnosc bianco-verde, il fenomeno politico dei tifosi del Lechia». «Chi non ha mai vissuto a Danzica – spiega – non può capire: il nostro stadio era considerato uno dei bastioni dell’opposizione anticomunista. Così quando la squadra fu promossa in prima divisione e i tifosi la seguivano nelle varie città, quella brezza marina di libertà si diffuse in altre località del paese». In un articolo apparso sul mensile dell’Istituto polacco per la memoria nazionale, l’allenatore di allora, Jerzy Jastrzebowski, ricorda la simpatia con cui erano accolti i tifosi bianco-verdi, che «spesso durante le partite scandivano slogan anticomunisti» anche piuttosto pesanti, come «Polizia=Gestapo», «Abbasso il comunismo», «Odio gli ZOMO», accompagnati da altri cori che invece inneggiavano al sindacato libero. Era un momento catartico capace di aggregare gli oppressi, di farli sentire uniti «come Davide contro Golia»: «Quando sfilavamo per le città a festeggiare una vittoria, la gente rispondeva ai nostri cori facendo con le dita il segno “V”», racconta un tifoso.

E dire che lo sport nei paesi del blocco orientale avrebbe dovuto contribuire a formare l’«uomo nuovo», sano, abile, tenace, in grado di superare difficoltà e disagi tipici della costruzione del socialismo… In Polonia quest’illusione durò poco, e dopo i primi anni in cui i giovani venivano spinti alla competizione, già dalla metà degli anni ’50 lo stato preferì non impegnare altri fondi per lo sport «popolare», preferendo sostenere l’agonismo professionista. A differenza di quanto accadeva nella vicina Germania Est, dove il compagno Ulbricht in persona aveva lanciato il motto: «Faccia sport ogni persona / una volta a settimana», e dove si setacciavano sistematicamente le scuole per produrre campioni a suon di doping…



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