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TEATRO/ Perché Antigone non riesce più a guarirci dal conformismo?

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Non è una critica − tutt’altro: è una fra le varie manifestazione della fervida atmosfera di pragmatismo e creatività che continua a pervadere il teatro americano (abnegazione di tutti gli attori, energico esercizio dell’immaginazione nella ricerca di fondi, ecc.): un’atmosfera che può ben servire da modello per la situazione teatrale in Italia. Però − però: pur concedendo al realismo operativo tutto lo spazio che esso merita, non sembra possibile assistere a uno spettacolo teatrale in una chiesa senza che questa esperienza abbia un qualche effetto su ciò che avviene dentro e fuori dallo spettacolo stesso − soprattutto, dentro l’animo dello spettatore. Una  delle riflessioni indirettamente suggerite da questa esperienza di recupero delle origini sacre e rituali del teatro è che “Se Atene piange, Sparta non ride”. 

Il teatro americano contemporaneo subisce essenzialmente la stessa crisi di cui soffre il teatro italiano; una crisi per cui l’espressione che più facilmente sorge alla mente, “scarsezza di idee”, appare un po’ troppo astratta, e sarebbe meglio parlare di una crisi spirituale, perché questo aggettivo evoca una mescolanza d’intelletto e di passione. 

Come mai, dopo circa due millenni e mezzo, lo spettatore sente con tanta freschezza, uscendo dal sotterraneo della chiesa dove si è appena conclusa l’azione tragica di Antigone, un turbamento che lo coinvolge tutto? Non basta evocare gli indispensabili elementi dell’erudizione storico-filologica ed estetica, e non basta nemmeno richiamarsi all’innegabile realtà del diretto impatto emotivo (facilitato dagli ottimi attori). Quello di cui si sente più la mancanza − a New York come a Roma e Milano − è il coraggio di cui l’autore/autrice ha bisogno per sviluppare senza il filtro del conformismo ideologico il conflitto psicologico e sociale che ha scelto di mettere in scena.

 



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