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MEDJUGORJE/ Se anche uno "scettico" non vede ma cambia

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Tiziano, L'Assunta (1516-1518) (Immagine d'archivio)  Tiziano, L'Assunta (1516-1518) (Immagine d'archivio)

Ma neanche lui, in realtà, torna a casa a mani vuote. “Una sola cosa mi impressionò di quel viaggio. E devo dire che mi bastò per farmi propendere verso la verità delle apparizioni di Medjugorje.

Tra le iniziative a cui dovevamo prendere parte durante il nostro soggiorno, la capogruppo aveva organizzato una visita alla casa di una dei veggenti, non ricordo quale. Andammo, dunque, tutti quanti al luogo in questione, una casa modesta, nel primo pomeriggio. La signora milanese bussò alla porta, una porta – ricordo - piuttosto piccola, mi pare a vetri coperti da una semplice tendina bianca. La porta si aprì e ne uscirono alcune persone sorridenti. Parlò una che forse, mi parve di capire, era la madre della veggente. Ci disse che purtroppo sua figlia non c’era, era in viaggio. Insomma, la nostra capopullman aveva «organizzato» all’impronta, senza accertarsi preventivamente della presenza in Medjugorje di colei che volevamo vedere e sentire. Tornammo, dunque, indietro senza aver potuto effettuare l’incontro.

Ma a me era bastato. Rimasi veramente stupito dalla serena cordialità di quelle persone e della loro semplice cortesia. Quella gente da dieci anni subiva visite del genere, pensai. Presumibilmente ogni giorno e in tutte le ore. Fosse stata mia, la casa, io mi sarei scocciato da gran tempo. Dopo solo qualche settimana avrei messo un cartello fuori: «Si prega di venire solamente nel tal giorno all’ora tale». Oppure: «La veggente non c’è. Tornerà in data x». Invece, gli abitanti di quella casa aprivano la porta a chiunque, quotidianamente e a qualsiasi orario, sempre col sorriso sulle labbra, quasi contenti di essere stati disturbati da torme di sconosciuti in tutte le lingue. Questo a me sembrava realmente sovrumano. Di più: soprannaturale. Senza una speciale grazia, nessuno poteva conservare per così tanto tempo la pazienza amabile con cui quella gente ci aveva accolto”.

A conferma, mi permetto di aggiungere, di quel che tante volte ha ripetuto don Luigi Giussani: “Il miracolo più grande non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre”.



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