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MANZONI/ Cosa c'è nel "guazzabuglio" del cuore umano?

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Alessandro Manzoni (1785-1873) (Immagine d'archivio)  Alessandro Manzoni (1785-1873) (Immagine d'archivio)

Come è stato mostrato da Ezio Raimondi, nel romanzo troviamo Pascal mescolato con Shakespeare, cioè troviamo la complessità drammatica, spesso feroce della storia, e la tragedia dell’uomo nella sua meschinità e grandezza; questa appariva già nelle Tragedie (e l’uomo la scopre in sé nella solitudine o nella disperazione, come vediamo in Ermengarda e in Adelchi o ritroveremo nell’Innominato). Questo carattere enigmatico, misterioso della vita nel romanzo lo descriverà con la formula “così è fatto quel guazzabuglio del cuore umano” traduzione in linguaggio comico dell’espressione pascaliana e dei salmi “Il cuore dell’uomo è un abisso”. 

Davanti a tale scoperta l’autore concepisce l’arte come il luogo che mette in scena quello che si agita nel profondo del cuore, dentro il divenire della storia, fatta di eventi quotidiani e drammatici. Se la storia invita l’uomo che la contempla a discendere nel mistero di se stesso, il poeta del sistema romantico shakesperiano − scrive Raimondi, riprendendo le osservazioni manzoniane – è chiamato per l’appunto a ricostruire quell’uomo interiore che il passato lascia inabissare sotto gli eventi, “a penetrare dentro le profondità della storia”. 

Aggiungerà Manzoni nei Materiali estetici: “V’è una tragedia che si propone di interessare vivamente colla rappresentazione delle passioni degli uomini e dei loro intimi sensi sviluppati da una serie progressiva di circostanze e di avvenimenti, di dipingere la natura umana, e di creare quell’interesse che nasce nell’uomo al vedere rappresentati gli errori, le passioni, le virtù, l’entusiasmo, e l’abbattimento a cui gli uomini sono trasportati nei casi più gravi della vita, e a considerare nella rappresentazione degli altri il mistero di se stessi”.

Questa ultima formula, vedere nella rappresentazione degli altri il mistero di sé, segna il passaggio al Romanzo come genere medio, in cui la verità dell’uomo, i suoi grandi interrogativi non son solo appannaggio dei grandi, ma anche della gente umile; e questa stessa affermazione segna il passaggio a uno stile più basso, humile, aderente ai fatti e ai protagonisti della storia. Non a caso, come osserva ancora Raimondi, il narratore, che è un intellettuale moderno, di statura europea, delega a due personaggi ordinari, Renzo e Lucia, le sue riflessioni sul senso della storia, che vanno del resto unite a quelle pagine così drammatiche e reali della Appendice al Romanzo, La storia della Colonna Infame, che sembra decisamente negare ogni provvidenzialità alla storia degli uomini. 

Ma è, forse, la forma stessa del Romanzo così “tribolata” nella sua stesura e nelle discussioni che ne seguirono, a indicare la risposta agli interrogativi etici e metafisici che propone, cioè nelle pieghe della realtà, in quella mescolanza di cui è fatta la vita di ognuno, in quel romanzo che è la esistenza stessa di ogni uomo (come diceva Federich Schlegel) alla attesa dell’uomo il Volto del Mistero si è svelato, sfondando la lontananza, come appare a Renzo nei tratti rievocati di Fra Cristoforo o di Lucia nelle notti della fuga da Milano o nella voce amica del fiume Adda, o ancora nello scampanio festoso delle campane, cioè della Chiesa, per l’Innominato.



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