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MANZONI/ Cosa c'è nel "guazzabuglio" del cuore umano?

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Alessandro Manzoni (1785-1873) (Immagine d'archivio)  Alessandro Manzoni (1785-1873) (Immagine d'archivio)

A peste, fame et bello, libera nos, Domine”, l’eco della giaculatoria che la Chiesa fa recitare  durante le Rogazioni e il ritornello delle invocazioni dei Santi durante le esequie di un defunto, Agnese, Ambrogio, Carlo, Gervasio, Lorenzo, Martino etc. rappresentano la viva trama del romanzo manzoniano: dei Fatti e degli Attori. Quelle invocazioni, infatti, rendono vivo anche oggi  il ricordo dei personaggi manzoniani, disegnati nella loro umanità semplice e nella caparbia volontà di vivere, sullo sfondo dei grandi avvenimenti del Seicento lombardo. 

Potente nella visione manzoniana è il senso della storia ed il senso del mistero dell’uomo. Quando l’autore si appresta, in quel 1821 così carico di delusioni politiche, a concepire i primi quadri di un romanzo assolutamente unico nell’Italia del Romanticismo (ci stiamo riferendo alla prima ideazione del Fermo e Lucia) dimostra una capacità di sintesi ed una visione della realtà straordinari. Quello che nello svolgimento degli eventi umani rimane taciuto, cioè quel coacervo di sentimenti e progetti che portano alle decisioni i grandi uomini che fanno la storia o a quelle di “gente meccanica”, uomini più umili che spesso la subiscono, questa profondità dell’animo che porta alle azioni l’arte deve metterla in primo piano e rappresentarla. Un proposito questo che avvicina il pensiero di Manzoni alla grande tradizione aristotelica, per cui la Tragedia (forma suprema dell’arte greca) ha un valore più universale della storia stessa.

È interessante identificare le radici di questa visione. Da una parte Manzoni, sulle orme di Gian Battista Vico, ha riscoperto la funzione civilizzatrice della poesia e dell’arte, un concetto ripreso negli stessi anni da Foscolo (sia nei Sepolcri che nelle Grazie). “Il Santo Vero mai non tradir” aveva scritto nel 1805 nel Carme in morte di Carlo Imbonati (v. 215), cioè Poesia e Religione s’incarnano in una unità che sarà feconda negli Inni e nelle opere composte dopo la conversione, nella forma di una “poesia teologica”. Così l’immagine del poeta che “nell’età ferina e bestiale dell’umanità”, come la definì Vico, “alza lo sguardo e avverte il cielo” segna l’avvento dell’umanità, dell’uomo cosciente che intuisce il rapporto con chi lo costituisce. 

Dall’altra parte Manzoni, negli anni della maggiore creatività artistica, il decennio del ’17-27,  rilegge Pascal e trova in lui la percezione più appropriata alla modernità dell’uomo, un essere perduto nello spazio infinito, un re decaduto, diceva Pascal, ma redento dalla colpa e salvato da Cristo risorto. Tuttavia questo essere è inquieto, in perenne ricerca, perciò l’arte, e per eccellenza il Romanzo (“la storia veridica di cose reali” dirà dei Promessi sposi), ha un compito ineludibile, “non tradire il vero”: “Ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale è dissimile dal vero”, mentre “più ci si addentra a scoprire il vero nel cuore dell’uomo, più si trova la poesia vera”. 



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