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TARKOVSKIJ/ La lezione di Rublëv: senza l'eterno non c'è la vita

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Andrej Rublëv visto da Andrej Tarkovskij nel suo film del 1966 (Immagine d'archivio)  Andrej Rublëv visto da Andrej Tarkovskij nel suo film del 1966 (Immagine d'archivio)

Mentre fissa i cadaveri e le macerie, ha una visione: gli appare Teofane il Greco. Dall’amico, morto da alcuni anni, riceve parole d’incoraggiamento. Nel romanzo, con qualche lieve differenza rispetto alla successiva versione cinematografica, Tarkovskij scrive: «Comincia a nevicare. Radi e lenti fiocchi di neve cadono incerti sul pavimento della cattedrale. Teofane all’improvviso si ferma davanti a un muro annerito dal fumo su cui spicca un frammento di affresco: un sudario, un pezzo di spalla, un braccio... Inclinando la testa come fanno i vecchi, Teofane guarda fisso l’affresco e poi dice: “Che bellezza...”. Schioccando la lingua si gira di nuovo verso Andrej che sta in piedi nel centro della cattedrale, con le braccia tese, e afferra con le mani i primi fiocchi. Teofane sorride. “Ascoltami, non smettere, non priveresti di una gioia te stesso, ma gli altri uomini” gli dice sottovoce».

Lo sconforto però è davvero forte. Angosciato dall’idea di aver ucciso un uomo, scottato dall’empia indifferenza degli invasori nei confronti della religione e dell’arte, Rublëv non riesce a seguire il consiglio di Teofane. Le esperienze vissute nella cattedrale di Vladimir sono ferite troppo profonde per continuare a dipingere. E così, sotto il peso dei propri peccati, decide di fare voto di silenzio e si ritira nel monastero Andronikov a svolgere i lavori più umili.

Gli anni passano e ogni tentativo di riconciliare Rublëv con l’arte sembra vano. Qualcosa, tuttavia, comincia a cambiare quando il monaco, quasi per caso, si trova ad assistere alla fabbricazione di una campana. I lavori sono diretti dal giovanissimo Boriska, che sostiene di aver appreso dal padre, morto di peste, i segreti per una fusione perfetta. Sa che, in caso di fallimento, per lui ci sarà la condanna a morte, ma non si lascia scoraggiare. La sua risolutezza colpisce Rublëv, che segue fase per fase il procedere delle operazioni e non si perde il giorno in cui tutta la gente del luogo si riunisce, con curiosità e speranza, per ascoltare il primo rintocco: la campana suona in modo perfetto, la folla abbonda di gioia e la vita di Boriska viene risparmiata. A cerimonia finita, però, il giovane fonditore, tra le lacrime, gli rivela di non aver mai conosciuto il segreto per una fusione perfetta. Il monaco allora prova ancora più ammirazione per il ragazzo e ha per lui parole di conforto (al voto di silenzio, del resto, è già venuto meno nel momento in cui ha chiesto a Boriska il motivo del pianto): «Ce ne andremo via insieme, io e te. Tu potrai fondere le campane e io dipingerò icone. Andremo alla Trinità, ci andremo insieme. Pensa che festa per gli uomini: hai dato loro una gioia così grande e piangi. Adesso basta, no... basta, non piangere. Non devi, non devi più piangere, non è giusto». E così, piacevolmente stupito dall’impresa di Boriska e incoraggiato dall’affetto che la folla ha espresso nei confronti della campana, Rublëv è ormai pronto per riprendere la sua attività di pittore.



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