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TARKOVSKIJ/ La lezione di Rublëv: senza l'eterno non c'è la vita

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Andrej Rublëv visto da Andrej Tarkovskij nel suo film del 1966 (Immagine d'archivio)  Andrej Rublëv visto da Andrej Tarkovskij nel suo film del 1966 (Immagine d'archivio)

Il film ci invita (anzi ci costringe) a riflettere sul rapporto che lega gli artisti alla loro vocazione. Per Tarkovskij l’artista ha sempre il dovere di coltivare con impegno il proprio talento e di metterlo al servizio di tutti. Non deve arrendersi quando incontra indifferenza e rifiuto, perché il suo fine non è compiacere la gente, ma inseguire la Verità. E nei momenti di angoscia, non deve lasciarsi abbattere, ma provare a far tesoro delle proprie inquietudini. Al Meeting di Rimini del 1983, invitato a presentare il romanzo su Rublëv, il regista, riferendosi anche a Nostalghia, dichiara: «La sofferenza in quanto tale non può mai essere vana, deve portare dei frutti. E la sofferenza morale deve portare frutti positivi [...] La cosa più terribile è appunto l’indifferenza, la mancanza totale di turbamento, di sofferenza verso il mondo circostante». Infatti della celebre Trinità apprezza molto il sentimento di speranza che Rublëv ha sviluppato come risposta alle sofferenze vissute dal popolo russo nel primo ’400.

Con Andrej Rublëv Tarkovskij, da sempre avverso al materialismo sovietico, invita gli artisti (pittori, registi cinematografici, scrittori...) a tenere viva la loro sete d’infinito anche, e soprattutto, nei periodi in cui la dimensione dello spirito viene trascurata o, addirittura, messa al bando. In Scolpire il tempo, oltre ad affermare che «l’arte priva di spiritualità reca in se stessa la propria tragedia», scrive: «Quando un uomo che non sa nuotare viene gettato in acqua, non lui, ma il suo corpo comincia a compiere dei movimenti istintivi cercando di salvarsi. Anche l’arte è come un corpo umano gettato nell’acqua: essa è, per così dire, l’istinto dell’umanità di non affogare in senso spirituale. Nell’artista si manifesta l’istinto spirituale dell’umanità, e nella sua opera l’aspirazione dell’uomo verso l’eterno, il trascendente, il divino, sovente a dispetto della natura peccaminosa del poeta stesso». 

Se poi l’artista è in grado di penetrare a fondo la sofferenza che trova dentro e intorno a sé, ecco che il suo richiamo alla spiritualità si fa ancora più concreto e prezioso. Il Rublëv di Tarkovskij diventa un vero artista solo dopo essersi scontrato con dolori e delusioni. Durante il periodo di crisi matura una maggiore consapevolezza nei confronti della sua attività di pittore. Capisce quanto può essere importante l’arte per le persone. Comprende meglio se stesso, le proprie attitudini, le esigenze spirituali degli uomini. Anche in quest’ottica, quindi, il film si rivela davvero utile sia per gli artisti che per la gente comune. Tarkovskij, infatti, ci insegna che i momenti di smarrimento non devono servirci come pretesto per soffocare i nostri talenti, ma come mezzo per rinvigorirli e, soprattutto, per capire meglio il nostro ruolo nel mondo.

 



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