BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TARKOVSKIJ/ La lezione di Rublëv: senza l'eterno non c'è la vita

Pubblicazione:

Andrej Rublëv visto da Andrej Tarkovskij nel suo film del 1966 (Immagine d'archivio)  Andrej Rublëv visto da Andrej Tarkovskij nel suo film del 1966 (Immagine d'archivio)

«Io sono sostenitore di un’arte che porti in sé l’aspirazione all’ideale, che esprima lo slancio verso di esso. Io sono per un’arte che dia all’uomo Speranza e Fede. E quanto più disperato è il mondo di cui parla l’artista, tanto più, forse, si deve avvertire l’ideale che viene ad esso contrapposto, altrimenti sarebbe semplicemente impossibile vivere». Con queste parole il famoso regista cinematografico Andrej Tarkovskij (1932-1986), nel volume Scolpire il tempo (1986), sintetizza il suo punto di vista sulle finalità dell’arte e invita gli artisti a mantenere un costante confronto con la dimensione dello spirito, con l’ineffabile, con le domande forti dell’esistenza umana.

Tarkovskij dimostra sempre grande attenzione per le tematiche legate al ruolo dell’arte. Se i suoi scritti ricordano questo interesse un po’ ovunque, a livello cinematografico è soprattutto Andrej Rublëv (1966) ad affrontare l’argomento. Il film, tratto da un romanzo scritto dallo stesso regista con Andrej Koncalovskij nel 1963 (ma pubblicato soltanto vent’anni dopo), ricostruisce alcuni episodi della vita del celebre monaco-pittore vissuto a cavallo tra il 1300 e il 1400 e canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa nel 1988. E, nel raccontare la vicenda artistica del protagonista, ci svela il grande amore di Tarkovskij per la pittura, un amore che trova conferma anche nei tanti dipinti ospitati nelle altre pellicole (si pensi, giusto per fare qualche esempio, al florilegio leonardesco de Lo specchio oppure alla Madonna del parto di Piero della Francesca in Nostalghia) e in alcune pagine di Scolpire il tempo, il libro al quale il regista ha affidato perfino una sua personalissima lettura critica dell’opera di Vittore Carpaccio.

Nel film di Tarkovskij il primo Rublëv ha le virtù e le pecche di ogni giovane di talento. È già esperto nel suo lavoro, ma nei confronti della vita è ancora un novellino. Educato al valore della fratellanza, disapprova le filippiche che Teofane il Greco, il più illustre (e anziano) dei suoi colleghi, scaglia contro il genere umano. La sua fiducia nella gente però, per quanto solida, non si è ancora misurata con nessuna insidia e così, al primo intoppo, lo sconforto prende in fretta il sopravvento.

L’infelice circostanza si presenta, per la precisione, quando il fratello del principe regnante, deciso a usurpare il trono, si allea con i tartari e invade la città di Vladimir. Nella cattedrale Rublëv assiste a un assalto che cambierà per sempre la sua vita. Violenza, sangue, distruzione. È spettatore di una tragedia atroce e, per salvare una giovane sordomuta da uno stupro, si arma di accetta e colpisce a morte l’aggressore. L’efferatezza dei ribelli non risparmia né la sacralità del luogo né le opere d’arte. E di fronte all’iconostasi data alle fiamme, Rublëv, oppresso dagli eventi, comincia a pensare che l’arte sia inutile. Non ha più senso per lui dipingere: se gli uomini non hanno a cuore la pittura, tanto vale smettere. 



  PAG. SUCC. >