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DIBATTITO/ Mazzarella: preferisco la laicità di Scola a quella di Rodotà

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Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (1490 c.a) (Wikipedia)  Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (1490 c.a) (Wikipedia)

Tanto è bastato per far scrivere a Rodotà, anziché che Scola individua un problema, per cui nessuno ha soluzioni facili in tasca – neanche i cattolici ovviamente, al netto di una fede nella verità sostegno a tutti i dubbi di una onesta buona volontà che si eserciti su questo o quel problema della condizione umana oggi –, che nelle parole del Cardinale vi sarebbe «la negazione della libertà della coscienza e l’affermazione che la definizione dell’antropologia del genere umano è prerogativa della religione»; in definitiva la tesi di una restaurazione antropologica (di stampo clericale, non è detto, ma è sottinteso) impossibile, fortunatamente dal punto di vista di Rodotà, perchè il legame tra antropologia e fenomeno religioso si sarebbe irreversibilmente sciolto per l’annodarsi di ben altro legame, culmine della modernità, tra antropologia e rivoluzione scientifica. 

«Quel legame» scrive Rodotà «si è sciolto grazie all’ampliarsi della riflessione etica e al sorgere di una nuova antropologia, prodotta dalla rivoluzione scientifica e tecnologica. Contro questa antropologia si leva la difesa della “natura” umana impugnata da un fondamentalismo religioso che mostra non tanto una attitudine antiscientifica, quanto piuttosto una incapacità di comprendere le nuove dimensioni del mondo e dell’umanità. È proprio il pensiero laico, invece, a forgiare gli strumenti perché non ci si arrenda ad una deriva tecnologica, con la sua capacità di garantire l’umano attraverso i principi di eguaglianza e dignità, di autodeterminazione della persona». La neutralità dello Stato, la sua laicité, che Scola contesta nei suoi aspetti problematici, “laicisti”, sarebbe il presidio raggiunto nel diritto e nella sfera pubblica e statale di queste “nuove basi” dell’antropologia dell’uomo moderno. 

Ora Rodotà vorrà concedere che lo sciogliersi del legame tra antropologia e fenomeno religioso (coscienza, homo religiosus) potrebbe ben essere ascritto non ad un ampliamento della riflessione etica, bensì ad un suo restringimento “egologico”, che la separa dal vissuto sentimento della partecipazione al tutto del mondo (il deus sive natura, che nella confessione cristiana del fenomeno religioso come questa “coscienza” ha carattere personale trascendente), e le appronta l’ideologia propria dello scientismo insito ad “visione scientifica del mondo” che si presume eticamente autoconsistente a reggere e “leggere” nel suo senso ogni ambito della vita, finendo per perdere anche l’eticità della scienza come sorveglianza non solo delle sue procedure, ma dei suoi limiti intrinseci. 

Non so se Rodotà si renda conto che parlare di “una nuova antropologia” prodotta dalla rivoluzione della scienza e della tecnica equivale a dire che esse produrrebbero un “nuovo uomo”, radicato nella sua autoproduttività tecnica, nell’artificio che è capace di fare se stesso, e tolto alle sue basi ontologico-naturali tradizionali, e fin qui conosciute. Questo significa l’attacco alla “natura” umana difesa nell’impianto argomentativo di Scola come reperto concettuale fondamentalmente archeologico per capire e orientare la modernità; ma questo significa anche che la riflessione etico-giuridica di Rodotà, lo voglia o no, e la sua antropologia, virano verso un post-umanismo programmatico; un post-umanismo che si congeda dalla vichiana consapevolezza che l’identità umana come scienza e coscienza di sé (singola e collettiva; consapevolezza antropologica) si costituisce attorno a “nozze, sepolture e are”, fino ad oggi domande fondative della vita, del suo “senso”, risolte lungo il filo di un’universale natura umana riconoscibile in tutte le culture e in tutti i tempi. 

 



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