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DIBATTITO/ Mazzarella: preferisco la laicità di Scola a quella di Rodotà

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Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (1490 c.a) (Wikipedia)  Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (1490 c.a) (Wikipedia)

Ma cosa avrà mai detto il Cardinale Scola celebrando, nel suo discorso in occasione della festa di Sant’Ambrogio, il XVII centenario dell’Editto costantiniano di Milano del 313, mi sono chiesto, leggendo l’animoso commento di un pur finissimo giurista come Stefano Rodotà qualche giorno dopo su Repubblica? Tanto da fargli affermare senza chiaroscuri che le parole del Cardinale sulle istituzioni che non garantirebbero la libertà religiosa in nome di una presunta neutralità della laicità dello Stato riaccendono antiche polemiche sulla separazione dei poteri, lesive della libertà di tutti?  

E sì che, quando sono andato a leggerlo, il discorso del Cardinale voleva celebrare, riprendendo una definizione di Gabrio Lombardi, l’Editto di Milano come l’initium libertatis dell’uomo moderno, l’ingresso cioè della libertà religiosa, e con essa fondamentalmente della libertà di coscienza, fondamento di ogni altra libertà a venire, nella praticabilità pubblica dell’uomo “moderno”, secondo una cronologia storico-speculativa della “modernità” come legata alla predicazione cristiana, che si deve, su basi hegeliane, alla storia della metafisica di Dilthey; come legata al primato, sul “foro pubblico”, del “foro interiore”, che con l’esperienza cristiana della vita si affaccia nella dimensione etico-religiosa, da cui prenderà le mosse per conquistare con la modernità tradizionalmente intesa lo spazio politico. 

Ma in sostanza, non cedendo a divagazioni storico-speculative, che cosa ha detto Scola? Che in effetti un ascolto dei movimenti profondi  delle società civili occidentali, soprattutto europee, vede le divisioni più acute “tra cultura secolarista e fenomeno religioso”, più che tra credenti di diverse fedi, come si tende comunemente a pensare. Fatto che a dir la verità mi pare di evidenza se non palmare, almeno a mani aperte, di cui mi pare difficile menare scandalo, quanto meno sotto il profilo dell’analisi. 

«Misconoscendo questo dato, ha detto il Cardinale, la giusta e necessaria aconfessionalità dello Stato ha finito per dissimulare, sotto l’idea di “neutralità”, il sostegno dello Stato ad una visione del mondo che poggia sull’idea secolare e senza Dio. Ma questa è una tra le varie visioni culturali (etiche “sostantive”) che abitano la società plurale. In tal modo lo Stato cosiddetto “neutrale”, lungi dall’essere tale fa propria una specifica cultura, quella secolarista, che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti delle altre identità, soprattutto quelle religiose, presenti nelle società civili tendendo ad emarginarle, se non espellendole dall’ambito pubblico. Lo Stato, sostituendosi alla società civile, scivola, anche se in maniera preterintenzionale, verso quella posizione fondativa che la laicité intendeva rigettare, un tempo occupata dal “religioso”. Sotto una parvenza di neutralità e oggettività delle leggi, si cela e si diffonde – almeno nei fatti – una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. In una società plurale essa è in se stessa legittima ma solo come una tra le altre. Se però lo Stato la fa propria finisce inevitabilmente per limitare la libertà religiosa». 

E ancora: «la libertà religiosa appare oggi come l’indice di una sfida molto più vasta: quella della elaborazione e della pratica, a livello locale ed universale, di nuovi basi antropologiche, sociali e cosmologiche della convivenza propria delle società civili in questo terzo millennio.Ovviamente questo processo non può significare un ritorno al passato, ma deve avvenire nel rispetto della natura plurale della società. Pertanto, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, deve prendere l’avvio dal bene pratico comune dell’essere insieme. Facendo poi leva sul principio di comunicazione rettamente inteso, i soggetti personali e sociali che abitano la società civile devono narrarsi e lasciarsi narrare tesi ad un reciproco, ordinato riconoscimento in vista del bene di tutti».



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