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LETTURE/ Nel moderno Ariosto il dramma del bene che ci sfugge

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Jean A.D. Ingres, Ruggiero cavalcando l'ippogrifo, salva Angelica (1819) (Wikipedia)  Jean A.D. Ingres, Ruggiero cavalcando l'ippogrifo, salva Angelica (1819) (Wikipedia)

Senza dubbio, il rapporto con la donna in letteratura e nell’arte e l’immagine di donna ideale sono due segni fondamentali per comprendere un periodo storico-culturale. Tanto quanto la Beatrice dantesca rappresenta l’ipotesi cristiana di lettura della realtà in cui tutto c’entra con il senso del reale, ovvero con Cristo che è «tutto in tutti», così l’Angelica ariostesca è l’emblema della frammentazione della realtà, ma, sarebbe più corretto dire, della frammentazione dell’io che percepisce il particolare slegato, assoluto, cioè (nel significato etimologico del termine) indipendente da tutto il resto. Quando la realtà è parcellizzata e assolutizzata, ovvero slegata dal senso e dal Mistero, allora un solo aspetto può rischiare di essere  idolatrato. Questo è quanto accade con l’Angelica dell’Orlando furioso.

Noi potremmo dire anche che molti trascorrono tutta la vita dietro a queste illusioni, non risvegliandosi mai dal torpore e dal sonno in cui sono entrati e di cui scrive anche Dante quando riferisce: «Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,/ tant’era pien di sonno a quel punto/ che la verace via abbandonai» (Inferno I). Dante ha avuto la grazia di incontrare nella vita qualcuno a cui poi si è affidato. Nell’Orlando furioso vi sono tanti uomini soli che hanno perso di vista l’ideale e che sono sballottati dalla sorte e dalla passioni «di qua di là di su di g», come i lussuriosi dell’Inferno dantesco.

Il grande paladino Orlando, che nella tradizione combatteva per l’ideale cristiano e per il suo signore, ora impazzisce per amore quando scopre che la donna che lui ama si è sposata con Medoro. Una degradazione parodistica e grottesca del cavaliere è quella descritta nella pazzia di Orlando, proprio al centro del poema (canti XXIII-XXIV), quando il paladino diventa prima fante, poi si priva delle armi e va per le campagne sradicando querce e uccidendo cristiani.

La parodia del poema cavalleresco è indice chiaro della perdita di fiducia nei valori medioevali. Sarà Astolfo sull’Ippogrifo a recuperare il senno di Orlando sulla Luna. Se nel capolavoro dantesco la Luna costituisce il primo cielo in cui il poeta vede le anime dei santi, qui invece Astolfo vede tutto ciò che l’uomo perde sulla Terra, un altro modo che Ariosto utilizza da un lato per demistificare il comportamento umano, per mostrare la vanità delle illusioni, dei piaceri, delle ricchezze e dall’altro per mostrare come non vi sia un Oltremondo, ma solo la dimensione mondana della vita. Lì sulla Luna, dove finisce tutto quanto l’uomo perde sulla Terra, si trova la maggior parte del tempo che l’uomo spreca dietro a beni futili.

Recuperato il senno, Orlando sarà uno degli artefici della vittoria dei cristiani contro i musulmani nel duello di Lampedusa. Il saraceno Rodomonte dalla forza bruta sfiderà a duello il cristiano Ruggero e troverà la morte nell’ultimo canto (XXXXVI). 



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