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LETTURE/ Nel moderno Ariosto il dramma del bene che ci sfugge

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Jean A.D. Ingres, Ruggiero cavalcando l'ippogrifo, salva Angelica (1819) (Wikipedia)  Jean A.D. Ingres, Ruggiero cavalcando l'ippogrifo, salva Angelica (1819) (Wikipedia)

Il giudizio sull’uomo di Ariosto è, però, chiaro e categorico. L’autore non intravede soluzioni, prospettive o speranze di cambiamento. Tramontata è la certezza di un bene più grande per cui valga davvero la pena agire, di un destino positivo per l’uomo e, nel contempo, i beni terreni appaiono come vani. Questo è l’inizio della modernità in cui dubbio, insicurezza nella conoscenza, incertezza sulla donna e sui rapporti umani, eliminazione di Dio dall’orizzonte della storia e dell’azione umana diventano specchio di un cambiamento ormai avvenuto. Non c’è ancora il relativismo, perché il giudizio è chiaro. I personaggi ariosteschi, però, non vivono più la vita come avventura, perché è stato estromesso il Mistero dalle vicende umane. Il caso muove tutto.

L’uomo rinascimentale è tornato solo, vive per se stesso, ha perso la dimensione comunitaria. Pensiamo  che quasi contemporanea alla prima edizione del Furioso (1516) è la riforma protestante (1517), che separa la coscienza dell’uomo dalla chiesa, la chiesa locale dalla chiesa di Roma, riduce l’uomo al suo rapporto personale con Dio, di fronte al proprio peccato e all’incredibile grandezza del Mistero. Non servono più chiesa, sacramenti, preti. Raggiungere la meta è diventato un traguardo da perseguire da soli, senza aiuti, senza mediazioni, senza compagnie. Questo tipo di individualismo si impadronisce anche di uomini che non aderiscono al Protestantesimo, ma che sentono, pur se in ambito cattolico, la suggestione del pensiero di Lutero. La chiesa peccatrice è stata separata dal Cristo perfetto. Come si potrà da soli seguire Cristo al di fuori della compagnia della chiesa?



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