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POLEMICHE/ Così L'Espresso arruola Küng per attaccare il Papa

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Benedetto XVI (InfoPhoto)  Benedetto XVI (InfoPhoto)

Ma è soprattutto sul piano “politico” che Küng ha riservato i suoi strali più partecipati ai due ultimi pontificati: un’accusa riassumibile nella presunta mancanza di distinzione tra i piani della Chiesa e dello Stato – una sfida alla moderna concezione della “laicità” – che avrebbe portato a esercitare molto di più di una “moral suasion” sugli attori della politica nazionali e interazionali, soprattutto nei confronti del parlamento europeo e in particolare del Ppe, su temi moralmente sensibile quali l’eutanasia, l’aborto, la fecondazione assistita e la contraccezione, facendo di fatto leva sull’antica concezione imperialistica della Chiesa incentrata sul sistema romano medioevale per affermare una sorta di controllo di aspetti della vita, secondo lui, da ritenersi esterni alla morale cristiana.

Tra le ultime accuse rivolte da Küng all’attuale pontificato, vi è infine la sua condanna dell’apertura mostrata da Benedetto XVI nei confronti dei lefevriani, ai quali è stata prospettata la possibilità di rientrare nella comunione del cattolicesimo romano. In un’altra intervista, sempre forse non a caso destinata a una testata italiana, nell’occasione a Repubblica (27 gennaio 2009), il teologo si espresse sul caso dell’accoglienza ai tradizionalisti, parlando apertamente in termini di rischio di una “restaurazione nella Chiesa”. 

Ciò detto sinteticamente delle posizioni di Küng − è il caso qui di ripetere − non nuove nel loro significato e semmai utili nell’articolo succitato de L’Espresso a volerlo dipingere come una sorta di “anti-Ratzinger di sinistra”, va solo aggiunto che non appare così facile “incasellare” le scelte di Benedetto XVI nel quadro di un conservatorismo prevedibilmente retrogrado quale appare generalmente in consimili dipinture avverse. Basterebbe guardare alla recente nomina nel ruolo dottrinalmente più delicato della Chiesa cattolica –  quello di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede –, e da egli stesso lungamente ricoperto, di mons. Gerhard Ludwig Müller, certo non un ecclesiastico “conservatore”, in passato anche amico del teologo della liberazione Gustavo Gutiérrez Merino. 

D’altro canto, va anche detto che il significato delle critiche avanzate da Küng è stato spesso travisato quando non strumentalizzato a fini prettamente anticlericali. Basti notare come egli venga presentato tout court come un “antipapa” nell’intervista de L’Espresso, avvalorando in un’ottica piuttosto demagogica quella corrente di pensiero che lo vuole dipingere come una sorta di “sedevacantista” di sinistra che starebbe negando la legittimità magisteriale degli ultimi due pontificati. A sommesso avviso di altri interpreti, Küng pare più un riformatore dall’interno, certo fedele interprete in ciò delle tesi discontinuiste della teologia “progressista” tedesca del Vaticano II, alle quali peraltro lo stesso papa Ratzinger si dovette accostare in qualità di perito del card. Josef Frings. 

L’ottica di Küng è sempre stata quella di auspicare un modello di Chiesa più prossimo alla modernità, indubbiamente meno concentrato sulla “difesa” del depositum fidei e “sanguignamente”  più incline a sfidare a viso aperto la secolarizzazione e le sue degenerazioni antropologiche. Non è però in questo Küng da considerarsi uno scismatico – avrebbe sempre avuto la possibilità di uscire dalla Chiesa e non l’ha mai fatto –, ma un teologo politico che punta sulla rivisitazione di aspetti certo importanti della struttura ecclesiale (sul modello di sacerdozio e la connessa scelta celibatale, ad esempio) ma non è parso mai volere intaccare il nucleo dogmatico di fondo della Chiesa cattolica, nemmeno nel caso delle sue critiche, peraltro severe, alla mariologia cattolica corrente.



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