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LETTURE/ Così il Concilio ha cambiato la "legge" della Chiesa

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La quarta sezione tocca uno dei temi più frequentati  da Feliciani e intorno ai quali è emersa con maggiore puntualità la sua capacità di sintetizzare approcci diversi. La stessa nozione di bene culturale di interesse religioso, rappresenta una novità che deve all’apporto del nostro autore, se non la cittadinanza, certamente un lavoro che ne ha ricostruito, con accurata sensibilità giuridica, la fisionomia nei suoi aspetti più originali. In effetti, rifiutato in sede di codificazione canonica, il lemma beni culturali aveva avuto il suo battesimo in sede concordataria. E da quel momento la dottrina canonistica ha cercato, da un lato, quali fossero i caratteri che assumeva nell’ordinamento della Chiesa una nozione, quella di bene culturale, nata nei documenti internazionali, e dall’altra di qualificare sempre meglio il rapporto che veniva ad istaurarsi tra questa nozione e quella di interesse religioso che, superando definitivamente il mero interesse cultuale, che fino ad allora aveva segnato la legislazione statale, diventava il cuore della cooperazione, ciascuno nel proprio ordine tra Stato e Chiesa. Anche il saggio sui santuari cristiani, un tema che la canonistica aveva frequentato soprattutto in sede di contenzioso per l’applicazione dell’articolo 27 del concordato lateranense, mostra la capacità del nostro autore di rivisitare temi considerati dai più datati, se non scontati.

Questa capacità di rivisitazione intelligente e innovatrice si vede anche nei saggi che compongono l’ultima sezione dedicata alla Chiesa e ai «rapporti» con gli Stati. Il suo sentirsi “canonista” gli permette di cogliere pienamente l’impatto che su questo tema, peraltro tradizionale, hanno i nuovi soggetti che diventano protagonisti dei rapporti tra Stato e Chiesa. Il cogliere questa nuova soggettività non rimane spunto per una mera riflessione di politica ecclesiale, ma diventa occasione per qualificare con puntualità quanto di essa si è tradotto in diritto, in termini di nuove fattispecie di intese e di nuove potestà concesse all’episcopato. Anche il tema della laicità, ma potremmo ricordare la sua riflessione sul principio di sussidiarietà, segnalano l’attenzione a temi forse non inusuali, ma che rivelano ancora una volta una prospettiva di largo respiro.

 Infine non vorrei passasse inosservato un saggio sulla delicatissima questione delle nomine episcopali in Cina che rivela la sua attenzione a temi per così dire di frontiera, ma mostra, nel contempo, la sua disponibilità a porre la sua competenza giuridica al servizio della Chiesa universale.

Proprio su questo aspetto vorrei chiudere queste brevi notazioni per sottolineare un carattere che emerge da questi saggi, che si suole definire, in termini forse troppo facilmente accondiscendenti  ad una classificazione accademica divenuta luogo comune, scritti minori. Si tratta della capacità che Giorgio Feliciani ha sempre posseduto di tenere insieme approfondimento scientifico e fedeltà alla Chiesa; in particolare, attraverso quella che, nelle brevi parole con cui ha chiuso la presentazione di questo libro il 30 ottobre, ha definito la sequela al carisma di mons. Luigi Giussani. Si è spesso discusso in dottrina sul rapporto tra sapere e fede, in particolare nel caso dei cultori delle discipline canonistiche; credo che l’insegnamento di Giorgio Feliciani, nei suoi scritti, ma anche per chi l’ha conosciuto, negli anni della presenza in università, costituisca una testimonianza feconda per chiunque, credente o laico che sia, si appresti ad addentrarsi, con l’intento del ricercatore e del docente, nel mondo del diritto canonico.  

 



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