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LETTURE/ Da Dante a Eliot: un po' più fragili, un po' più salvi

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Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)  Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)

«Un canto, un canto». Ma le gioie cadono, gli amori cadono, il cuore e il desiderio non sono capaci di tenersi in piedi e al suo culmine ogni passione mostra il proprio punto di vuoto: «Ecco, sono esausto, travagliato / e il mio vagabondare molte strade ha fatto dei miei occhi / rossi cerchi scuri pieni di polvere» (Lode di Ysolt, 1-8). Così il punto di vuoto può farsi voragine e risucchiare ogni cosa in un orizzonte piatto in cui tutto suona cupo e sordo. È l’esperienza che Sbarbaro descrive in una delle sue poesie più struggenti: «Taci, anima stanca di godere / e di soffrire (all’uno e all’altro / vai rassegnata). / Nessuna voce tua odo se ascolto: / non di rimpianto per la miserabile / giovinezza, non d’ira o di speranza, / e neppure di tedio. / Giaci come / il corpo, ammutolita, tutta piena / d’una rassegnazione disperata» («Taci, anima stanca di godere», 1-10). Quel mondo che incendiava il cuore – quella bellezza straziante delle cose, quel dolore incomprensibile delle cose – d’un tratto sono carne morta, simulacri di se stessi: «E gli alberi son alberi, le case / sono case, le donne / che passano son donne, e tutto è quello / che è, soltanto quel che è. / La vicenda di gioja e di dolore / non ci tocca. Perduta ha la sua voce / la sirena del mondo, e il mondo è un grande / deserto» («Taci, anima stanca di godere», 16-24). 

«Nel deserto / io guardo con asciutti occhi me stesso» («Taci, anima stanca di godere», 25-26). Il mondo è già visto, tutto è solo e soltanto quel che è, e l’uomo è così mortalmente stanco e deluso che nemmeno sa più piangere. Stanco di sé e della vita, stanco del dolore proprio e di quello che altri vivranno dopo di lui. Erano questi i sentimenti dell’israelita Simeone quando tutte le mattine andava al tempio, ed è nella sua esperienza che T.S. Eliot, pochi anni dopo la conversione, ci fa entrare riscrivendone il cantico pronunciato davanti a Gesù: «Dona a noi la pace. / Ho camminato anni in questa città, / serbata la fede e il digiuno, ho provveduto ai poveri, / ho dato e avuto onori e agi. / Nessuno giunto alla mia porta fu respinto. / Chi si ricorderà della mia casa, dove vivranno i figli dei miei figli / quando sarà vento il tempo del dolore?» (Cantico di Simeone, 8-14).

Dove finirà tutto il mio bene, dove tutto il mio male? Che cosa resterà di me e del mio nome in questa terra, in questa storia umana? Chi libererà questo mio corpo mortale? Chi salverà ciò che amo dalla morte? È a questo grido che il bambino del tempio di Gerusalemme risponde, è alla verità di questo grido nostro, di noi qui e ora – sfatti come siamo, inermi e aggressivi come siamo – che ancora una volta ci mette davanti, un po’ più fragili e un po’ più salvi: «Prima delle stazioni sopra il monte di desolazione, / prima dell’ora certa del dolore materno, / ora, in questa stagione di nascita mortale, / fa’ che il bambino, l’ancora impronunciante e impronunciato Verbo, / conceda la consolazione d’Israele / a un uomo di ottant’anni che non ha un domani. // […] Sono stanco della mia vita e di quella di coloro che verranno, / muoio della mia morte e di quella di coloro che verranno. / Lascia che il tuo servo vada, / dopo aver visto la tua salvezza» (Cantico di Simeone, 19-24; 34-37).

 



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