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LETTURE/ Da Dante a Eliot: un po' più fragili, un po' più salvi

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Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)  Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)

Il tempo dell’Avvento è il tempo in cui la liturgia della Chiesa celebra l’attesa dell’uomo. Che cos’è infatti il Natale, se non il piegarsi del divino sull’indigenza estrema degli uomini suoi amati? E che cos’è l’Avvento, se non il reclamare da parte dell’uomo il risveglio e il compimento di quest’attesa che ne è la stoffa?

«Ma il Figlio dell’Uomo, quando tornerà, troverà la fede sulla terra?» In una recente meditazione, Benedetto XVI ha rimarcato come l’uomo continui, nella sua ricerca inesausta del piacere, di piaceri particolari e materiali, a mostrarsi fatto del desiderio di Dio. Un desiderio che tante volte ci sembra non vero, ma delle cui testimonianze è costellata la storia umana e la storia di ognuno di noi, come ci ricordano tanta arte e letteratura delle più alte, mostrandoci come l’uomo che accetti di essere uomo, di viversi e guardarsi, di correre e straziarsi, non possa non scoprire in sé un desiderio di pace e compiutezza totali.

Scoprire in sé, dato e inestirpabile. Come l’anima semplicetta che Dante descrive nel XVI canto del Purgatorio – che non sa altro di sé, se non che vuole tornare a quel bene da cui sente di essere originata, non ostante i suoi contorni siano sfocati – così l’uomo vivo, di qualunque condizione o estrazione culturale, percepisce il proprio cuore come una promessa.

Ne è un esempio Giorgio Caproni, capace a 78 anni di lavorare a una raccolta rimasta incompiuta dal titolo indicativo di Res amissa (Cosa perduta). Qual è questa cosa perduta di cui Caproni ci parla e che tutti noi conosciamo, se non quel bene di cui il nostro cuore porta inscritta la matrice? «Tutti riceviamo un dono. / Poi non ricordiamo più/ né da chi né che sia. / Soltanto ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia» (Generalizzando). È questa spina, questa nostalgia, che ci accende per le cose del mondo. E l’anima semplicetta, che vuole e cerca il proprio bene ma non conosce la strada per raggiungerlo, di queste cose si incendia, di questo «picciol bene» di cui «in pria sente sapore» (Purgatorio XVI, 91). 

Un bene piccolo ma così attraente che l’anima è quasi costretta a cantarne le lodi, come intuisce Pound, che in una poesia giovanile, Lode di Ysolt, descrive perfettamente il cozzare tra una razionalità fredda che non vuol credere all’attesa del cuore e un cuore informe che si illude di essere signore del proprio desiderio: «Invano ho lottato / per indurre il mio cuore a piegarsi. / Invano gli ho detto: / «ci sono cantori più degni di te». // Viene la sua risposta, come il vento e il liuto, / come un grido sfocato nella notte / che non mi lascia tregua e che ripete / «un canto, un canto» (Lode di Ysolt, 1-8).

 



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