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NATALE 2012/ Perché possiamo chiamare un bimbo "padre"?

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Giotto, Natività di Gesù (1303-05) (Wikipedia)  Giotto, Natività di Gesù (1303-05) (Wikipedia)

Per farla rivivere nel nostro cuore con ardente commozione, come a Emmaus ai due discepoli ignari di parlare con Dio. “Non ardeva forse il nostro cuore mentre Lui parlava lungo la via?” (Lc 24, 32). Era il tramonto e i due orizzonti, quello del versante umano e quello del vertice divino, si incontravano e si fondevano attorno alla Parola che non passa. Come nella Genesi Dio arrivava con la brezza della sera nel Paradiso terrestre. E la preghiera originaria reca in sé il grande dono della pace, la “tranquillitas animi” agostiniana.

Gesù è la Parola del Dio vivente in mezzo agli uomini, che si fa carne per condividere con noi la sorte incerta d’una esistenza precaria, divenuta più acuta in tempi di crisi universale. Egli porta la speranza, motore cordiale alle nostre fragilità persistenti. Gesù è il Verbo Incarnato − ce lo ricorda l’incipit dell’evangelista san Luca −, con quella sua capacità di inquadrare il messaggio cristiano delle origini in una organizzazione “scientifica” dei fatti. Come uno specialista addetto ai lavori storici.

Questa persuasione domanda una collaborazione attiva e perseverante da parte dei credenti, che si chiama conversione. La conversione di se stessi, nell’intimo dei cuori, là dove sorgono i desideri e si formano i giudizi che dirigono il nostro costruire la quotidianità. È uno scavare la strada, come Giovanni l’austero battistrada di Cristo, a Dio nella propria carne; un distacco dalle pigrizie, dalle omissioni e dal comodo di una esistenza insignificante. È un crocifiggerci con Cristo. Asceticamente chiede di impegnare la volontà attiva per aprire un varco alla bontà, “la saggezza del cuore”. Allora si sarà capaci di perdonare, la qualità divina che gli uomini non imparano mai, anche negli ambienti devoti stenta a farsi strada.

Questa Incarnazione rappresenta una nuova creazione. Con la prima l’uomo è la bella creatura vulnerabile. La tragedia della prima coppia nel Paradiso terrestre ne è una prova drammatica e palpitante. Cristo Gesù ristabilisce gli originali rapporti di armonia facendoci figli di Dio per grazia attuale e preveniente a ogni nostro merito. Nella nuova condizione l’uomo rivolgendosi a Dio può chiamarlo con diritto e con tenerezza: Padre!

Esiste forse una situazione più felice di questa: cambiare il rapporto con Dio e sentirsi inseriti nella Famiglia Trinitaria? Dio è Padre, il Verbo Incarnato è nostro fratello, lo Spirito ci accompagna nella avventura della nostra esistenza. San Paolo grida ancora come alla comunità dei Tessalonicesi: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” (I Tes 1,19).



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