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NATALE 2012/ Perché possiamo chiamare un bimbo "padre"?

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Giotto, Natività di Gesù (1303-05) (Wikipedia)  Giotto, Natività di Gesù (1303-05) (Wikipedia)

E il Natale 2012 è arrivato con un preavviso di tempo inclemente. Gelo ovunque, la neve ha fatto la sua apparizione con una bora notturna, urlante e gemente, a Trieste. Mai sazia di sbattere le imposte. Le luminarie hanno preso il colore affascinante del cristallo contribuendo all’aspetto del coinvolgente clima natalizio.

Si sentono le bucoliche pastorali natalizie, delicate come il miele di puro favo, avvolgerci con la loro fragranza di nostalgia orientale e mitteleuropea. Fu un parroco austriaco a trasmetterci lo “Stille Nacht” di una notte casta, perché santa e immacolata, da millenni in attesa. Ed è stato un vescovo, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, a regalarci “Tu scendi dalle stelle”, pieno di affettuosa compartecipazione partenopea fin nelle profondità dei precordi. La grandiosa verità del Natale è che Dio è nostro Salvatore; un bambino gracile e indifeso, bisognoso di tutto si presenta con l’esigenza di essere il realizzatore della Promessa antica, e per noi sempre Nuova. Bambino con le braccia aperte, pronto ad accogliere ognuno che gli vada incontro con l’intenzionalità dichiarata d’essere autentico nella sua fede di cristiano coerente con il parallelo suo agire.

Anche in tempi di crisi economica il Natale può essere soffocato o neutralizzato nella sua natura di portatore di salvezza dai lustrini degli addobbi, dalle vetrine suggestive di regali, accessori secondari del Santo Natale. O anche da quel clima di vago sentimentalismo d’essere migliori, più buoni del solito, con una nostalgia inerme; tutto questo può disperdersi nelle apparenze della cornice esteriore e diventare folklore sacro o semipaganeggiante.

Altro impedimento a penetrare il mistero di questo evento è quello di considerare il bambino una statuetta ingenua e sognante che decora il presepio, senza farlo crescere nello spirito, che attende “con lunghi gemiti” per camminare con noi, farsi nostro compagno di viaggio, crescere “in età, sapienza, e grazia” (Lc 2, 51-52).

Per taluni il Natale è una suggestiva tradizione annuale, un mito fascinoso, il cuore ingenuo e tenero di una favola sublime. Senza pensare che quel bambino si presenta nella storia come evento, che cambia il suo corso con una Buona Novella che possiede la forza di cambiare tutte le gerarchie dei valori, anche quelle desuete e stanche, della nostra cultura confezionata di consumismo e di apparenza del vedere per stupire, non per destare stupore e meraviglia - connotazioni evangeliche dell’uomo che vive in contemplazione della Parola di Dio, così come lo era la Vergine Maria. Ella “conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19). Perché la rivelazione è il dialogo d’amore di Dio con gli uomini, va quindi conservata scientificamente, meditata con “spirito di intelligenza” e contemplata nella celebrazione liturgica e della vita. 



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