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NATALE 2012/ P. Lepori (cistercensi): la nostra fede è capace di accogliere l'Impossibile?

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William Congdon (1912-1998), Natività (Immagine d'archivio)  William Congdon (1912-1998), Natività (Immagine d'archivio)

Proponiamo, per gentile concessione dell’autore p. Mauro-Giuseppe Lepori, Abate generale dell’Ordine cistercense, un estratto della meditazione di Avvento dedicata a “La fede in Cristo, compimento di ogni travaglio e anelito del cuore umano”, tenuta a Roma il 9 dicembre e ad Hauterive (CH) il 15 dicembre scorso.

(…) Onnipotenza e presenza sono le colonne della fede, che non vanno separate, perché, unite, sono la definizione della carità di Dio che fa abitare tutta la sua potenza di Creatore e Sovrano dell’universo in un rapporto semplice e quotidiano con noi, in un’amicizia con noi senza fine, quella di Cristo coi suoi discepoli.

La fede è affidarsi a questo, soprattutto avendone coscienza. I discepoli mancano di fede proprio quando dimenticano che il Signore è con loro, e quando dimenticano che a Lui tutto è possibile. Quando staccano la loro vita, e quello che succede nella loro vita, da questa coscienza, si sentono perduti, tutto va in rovina, sprofondano come Pietro nel mare in burrasca (cfr. Mt 14,30). Ma per recuperare la fede che salva la vita basta un semplice grido che esprime la coscienza che senza la presenza onnipotente di Gesù siamo perduti: “Signore, salvami!”, grida Pietro. Afferma in due parole che Gesù è Signore, l’onnipotente, e riconosce e mendica la sua presenza, la vuole così vicina da afferrarlo.

E Gesù risponde subito, si manifesta subito come l’Onnipotente vicino, come l’Onnipotente così presente da prenderci la mano e tirarci fuori dall’acqua che ci sta affogando: “E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: ‘Uomo di poca fede, perché hai dubitato?’”. (Mt 14,31)

Gesù fa questo dolce rimprovero a Pietro proprio mentre lo sta tirando fuori dall’acqua. Poteva aspettare due minuti e dirglielo con calma dopo, sulla barca o rientrati a casa. No, glielo dice subito, come un commento di quello che sta succedendo, come una didascalia, un sottotitolo della scena che sta avvenendo. Ci fa capire che la fede non è un atteggiamento interiore astratto, una “pietà”, un atto disincarnato, ma un modo di vivere, una posizione del cuore, un giudizio della coscienza e del cuore, dentro la vita in atto.

Il vero mare in burrasca che soffoca la vita in noi è il dubbio nei confronti di Cristo, trattarlo come un fantasma, o un’ipotesi intellettuale, una teoria, da mettere alla prova con esperimenti dubitativi e magici: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque” (Mt 14,28). E Pietro fa il “professore di scienze religiose” dopo aver sentito Gesù dir loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (Mt 14,27). Una parola così, detta con l’amore con cui Gesù deve averla detta, non domandava altra verifica che quella di lasciarlo venire, sempre più vicino, nella barca, per appoggiarsi totalmente sulla potenza della sua presenza. Non era necessario chiedere di andare da Lui sulle acque: il miracolo era che Lui era venuto a loro sulle acque, in mezzo al vento, incontro a loro, alla loro difficoltà ad attraversare il mare, la vita, con la forza delle loro braccia. Il miracolo era già avvenuto: “Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare”. (Mt 14,25). 



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