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INEDITO/ L'irripetibile esperienza della Notte di Natale nel convertito Aubrey De Vere

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Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi (1609) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi (1609) (Immagine d'archivio)

1 Stanotte, o Terra, un Salvatore germina!
2 Stilla, o Firmamento, la tua dolcezza di lassù!
3 Stanotte è chiuso il ferreo libro del Fato;
4 Aperto stanotte è il libro dell’Amore senza fine.
5 Senza posa da Oriente come brezza muove
6 La gioia nel mondo – ed è brezza che porta un carico
7 di canto vernale su terre finora paralizzate,
8 Fiumi imprigionati dai ghiacci e boschi devastati dall’inverno.
9 Avanzando da Betlemme, verso ovest sull’Egeo
10 Si propaga come notte la stellata Festa Divina;
11 Tutti i regni esultano; ma più alto monta il peana
12 Da quella bianca Basilica sull’Esquilino
13 Sotto il cui tetto, in fulgore di sole vestito,
14 Il Pontefice sofferente resiste – stanotte non triste.

Certo, forse è insolito che la materia lirica di questo sonetto rinunci apparentemente tanto alla presenza evidente di un Io individuale (sul modello, ad esempio, dell’impersonale ed istituzionale soggettività dei poeti elisabettiani), quanto a quella dell’Io comunitario di un popolo (elaborata, ad esempio, dai cosiddetti sonetti politici di Wordsworth). In realtà, rispetto a tali persone poetiche, il “discreto” Io celato che si rivolge a tutto il Creato fin dal primo verso del sonetto di De Vere ha altra natura ed intenzione: ha l’aspirazione sacramentale di interpellare simbolicamente l’umanità intera sull’eterna presenza di Dio nella totalità del mondo reale

Per questo, infatti, il sonetto ricorre alla metafora botanica di un Salvatore che “germina” (v. 1) – cioè che, etimologicamente, “inizia a svilupparsi” – naturalmente dalla Terra nel Mistero di questa Notte di Vigilia. Per questo, inoltre, allo stesso modo, invoca dal biblico “firmamento” le “stille” della sua naturale “dolcezza” (v. 2). Per questo, ancora, il testo poetico ricorre alla similitudine della “brezza” per rappresentare il “movimento” della “gioia” in tutto il mondo (vv. 5-6) – una brezza, questa, proveniente da Oriente (v. 5) che, pur nella sua biblica leggerezza, “porta il carico” (v. 6) di un “canto” latore di vita, annuncio di una primavera vivificante per terre, fiumi, piante sanguinanti per le ferite del Tempo (siano esse da interpretare simbolicamente come inferte sul piano naturale, storico o antropologico). Sempre per questo, infine, tale “gioia” procede “come notte” protesa verso la luce e, così facendo verso Occidente sull’Egeo, coinvolge le diverse genti che incontra nella “stellata Festa Divina” della totalità della Creazione.

Se questo è il Mistero della Notte della Vigilia per Aubrey De Vere, non è difficile comprendere perché “tutti i regni [realms] esultano” (v. 11), giacché, come ha scritto Joseph Ratzinger, “Gesù non è nato e comparso in pubblico nell’imprecisato ‘una volta’ del mito” (L’Infanzia di Gesù, p. 77). E non è neppure superfluo precisare che, in base alla sconfinata polisemia del sostantivo realm, tali “sfere d’esperienza” umana d’ogni tipo e fattura (terrestri e cosmiche, terrene e spirituali, concrete e astratte, umane e naturali, et al.) sono profondamente radicate nell’esperienza cristiana dell’uomo. 

 



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