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INEDITO/ L'irripetibile esperienza della Notte di Natale nel convertito Aubrey De Vere

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Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi (1609) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi (1609) (Immagine d'archivio)

Quanto può apparire irripetibile e personale l’esperienza della Vigilia di Natale! E, tuttavia, con quale profondo ed inscindibile vigore proprio tale esperienza originaria torna senza posa ad offrire il dono della Grazia unificante ai credenti e, più in generale, a tutti gli esseri umani - quale che sia, nella loro esperienza quotidiana sul piano personale e comunitario, il loro grado di consapevolezza, responsabilità, impegno, disponibilità di fronte al vivificante Mistero della Nascita di Nostro Signore! 

Anche questo suggerisce la preziosa testimonianza proposta da un pregevole sonetto di un ennesimo – per chi ha la pazienza di seguire gli sporadici interventi di chi scrive - autore cattolico di lingua inglese, operante nella cornice del XIX secolo e nel sorprendente e tuttora non adeguatamente esplorato mare magnum di quella rigogliosissima famiglia letteraria. Si tratta in questo caso di Aubrey (Thomas) De Vere (1814-1902), del quale – a conferma di una carenza più volte stigmatizzata in questa sede - cerchereste inutilmente opere tradotte nell’idioma italico o approfondimenti critici degni di nota in altra lingua, prodotti in tempi recenti e con metodologie ermeneutiche meritevoli di attenzione. 

Anglo-irlandese d’origine; nato in una famiglia appartenente alla Church of Ireland; formatosi in teologia e metafisica al Trinity College di Dublino, De Vere si impose sulla scena letteraria della capitale irlandese fin dal 1832, stringendo rapporti intensi ma discreti con le più significative menti creative dei suoi giorni: su tutti, Wordsworth, Coleridge, Tennyson. Si convertì al cattolicesimo nel 1851 sulla scia di altre celebrate conversioni quali quelle di Newman e Manning. In seguito, dedicò le sue energie intellettuali, gli esiti della sua riflessione in ambito religioso e sociopolitico, le risorse creative della sua scrittura in vari ambiti testuali all’identità culturale e nazionale dell’Irlanda cattolica.

Christmas Eve, 1859 - della quale questa breve nota offre una traduzione inedita con il titolo Vigilia di Natale, 1859 – è un esempio non soltanto della perizia tecnico-poetica di De Vere – cioè di quella raffinatezza nell’arte del sonetto che gli venne universalmente riconosciuta dalla sua epoca - ma soprattutto di un fare poesia non riconducibile tout court alla autoreferenzialità imperante in quegli anni. Il poetare di De Vere era, infatti, ispirato da una sapiente ed esigente riunificazione dell’enciclopedia dell’ars poetandi del suo tempo con una più compiuta esperienza della poesia “che eternamente inculca un Amore che è l’Antitype di tutta l’affettività dell’uomo e della natura”,  per citare quanto lo stesso poeta ebbe a scrivere all’amico Henry Taylor in una lettera del 1855 – dove l’“Amore” definito secondo il concetto biblico di antitype (“antitipo”) è il compimento di quell’“affettività” che lo prefigura (“tipo”).



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