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STORIA/ Il Natale e quell'Ospite che può sempre sedersi alla nostra tavola

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Giovanni Paolo II (Immagine d'archivio)  Giovanni Paolo II (Immagine d'archivio)

La cena si apre con una preghiera, dopo di che il capo famiglia legge il brano del Vangelo di san Luca, o di san Matteo, sulla nascita di Gesù, poi si aprono le tende dalla finestra, così che rivolgendo lo sguardo alla stella più luminosa, ognuno si possa unire idealmente a chi è lontano, o non c’è più.

A questo punto ci si scambia l’opłatek. Il termine opłatek deriva dal latino oblatum, dono sacrificale, e risale al medioevo. Si tratta di una tradizione presente solo in Polonia. Inizialmente si svolgeva all’interno delle chiese, all’inizio della Messa di mezzanotte, e dal XV secolo si è diffuso in tutte le case. 

È di nuovo il capo famiglia a dare inizio al gesto, in un clima di grande serietà e raccoglimento. Poi, ognuno dei presenti prende un opłatek, si avvicina ad un altro commensale, gli chiede scusa per quanto di male è accaduto durante l’anno, e gli fa gli auguri per l’anno a venire. A questo punto, in segno di riconciliazione, ciascuno spezza e mangia un pezzo di opłatek dell’altro. Solo quando tutti si sono scambiati l’opłatek, ci si siede a tavola.

L’opłatek è uno dei gesti più carichi di significato e di simboli di tutta la tradizione natalizia polacca. Innanzitutto esprime il desiderio di “essere insieme” nella pace, è un segno di amicizia e di amore reciproco. Quindi, scambiandoci l’opłatek ci perdoniamo, dimentichiamo le offese, ci riconciliamo gli uni con gli altri, ma allo stesso tempo riconosciamo che questo è possibile solo grazie a quel Bambino, di cui l’opłatek riporta l’effigie. Il perdono, la riconciliazione, l’unità tra gli uomini, sono possibili perché radicati in quanto accaduto a Betlemme in un notte di duemila anni fa. La cerimonia dell’opłatek è talmente radicata e diffusa nella coscienza polacca, che nel periodo precedente il Natale spesso viene organizzata nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro o fra gruppi di amici.

Dopo l’opłatek tutti si siedono a tavola e si dà inizio alla cena, che dovrebbe essere composta da dodici portate, come gli Apostoli. Dopo la cena, si aspetta di andare alla Messa di mezzanotte, la Pasterka, cantando le kołedy, gli inni natalizi polacchi, che vengono poi cantati per il tutto il periodo liturgico del Natale. Spesso i vicini di casa si riuniscono in un unico appartamento, o i bambini vanno di casa in casa e si canta tutti insieme.

“Giovane o anziano, credente o agnostico, dov’è un polacco per il quale le melodie di Dio nasce... Nella notte silente... Giace nella mangiatoia… non siano parte dell’anima? Esse sono indissolubilmente unite all’essere polacco, di cui sono il coronamento e l’orgoglio”, scrive giustamente Ewa Kossak, cui fa eco lo studioso delle kolędy Stanisław Dobrzycki: “Forse in nessun altro paese gli inni natalizi sono così profondamente legati allo spirito della nazione, così singolarmente amati e custoditi da tutta la nazione come in Polonia”. Mentre il grande vate della poesia polacca, Adam Mickiewicz, annota: “Non so se un altro paese possa vantare una raccolta così ampia come quella polacca. Parlo della raccolta di cantici natalizi che sono il primo esempio di poesia popolare nazionale. I sentimenti che descrivono sono così delicati e sacri che una traduzione potrebbe renderli banali. È difficile trovare in qualsiasi altra poesia delle espressioni così pure, così dolci e così delicate”.



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