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NATALE 2012/ Perché oggi siamo nati anche noi?

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Giotto, Natività di Gesù (1303-05) (Wikipedia)  Giotto, Natività di Gesù (1303-05) (Wikipedia)

E se invece il bene che desideriamo, se il possibile senso dell’esistere non stesse semplicemente alla fine, nell’esito delle nostre performances (anche in esse, certo), ma soprattutto all’inizio, nel fatto stesso che siamo nati? Si tratta di un fatto che noi abitualmente riduciamo in senso positivistico: accaduto, notificato e sempre certificabile attraverso un documento dell’Ufficio comunale di residenza. Ma in esso si raccoglie, quasi si raggruma un enigma, o meglio il mistero del nostro essere, e cioè che noi ci siamo, ma potevamo anche non esserci. Perché proprio noi? L’esser-nati è il primo limite della nostra finitezza, prima ancora della morte; e se quest’ultima può essere pensata come la cessazione e la fine di me, la nascita è un “terminale” che è anche un inizio, la soglia dell’essere, il punto in cui noi “proveniamo” da altro rispetto a noi stessi.

È per questo motivo che il Natale cristiano mi sembra un’occasione decisiva di memoria non solo per chi fa l’esperienza della fede ma per tutti coloro che hanno a cuore le domande e le attese della ragione: come dice il Prologo del Vangelo di Giovanni, uno dei testi fondativi di tutta la nostra tradizione culturale, «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. (…) E il Verbo si fece carne e pose la tenda tra noi». Se il «Verbo», cioè il logos, il senso ultimo delle cose, viene a nascere nella carne, allora ogni nascere, ogni carne ha senso, è uno strappo dall’assurdo. Il Natale dice che noi siamo sempre “più” di quello che siamo capaci di fare: è un’eccedenza che ci precede, che deborda sin dall’inizio: anzi, l’inizio è proprio questo debordamento, questa gratuità. L’essere non è una presenza muta, un fatto opaco senza senso, ma “accade”: è tempo, avviene come storia. E per questo, finalmente, riusciamo a “fare” tutto ciò che possiamo.

Nel trend culturale oggi dominante sembra che l’unico possibile “senso” delle cose e della vita sia quello dell’eterna ruota della natura, e che quindi sia la morte il significato necessario del vivere. E l’unica risposta davvero appagante alla domanda iniziale sarebbe appunto che tutto è assolutamente necessario – senza altro “perché”. Cercarlo sarebbe follia o ingenuità. E non ci resterebbe che gridare con il Leopardi del Canto notturno, che «è funesto a chi nasce il dì natale». Solo che per Leopardi questo era, appunto, un grido, una domanda ferita; per noi spesso è il sigillo di una quieta soddisfazione, come l’accontentarsi di quello che si è in grado e si ha il potere di essere. Per questo, tutto sembrerebbe giocarsi nella tecnica politicamente più adeguata o nella strategia culturalmente più raffinata per gestire in qualche modo la morte, cioè l’impossibilità che si dia un senso di noi che sia più di noi.

Uno dei più grandi filosofi del Novecento, Martin Heidegger, ha scritto che l’estrema possibilità dell’essere umano finito si gioca nel suo essere-per-la-morte (cioè in fondo nella sua “impossibilità” ad essere se stesso) e nella decisione di assumere questa sua impossibilità come il suo vero destino.



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COMMENTI
25/12/2012 - Buon compleanno (luisella martin)

Un articolo bellissimo! La nascita di Cristo é la nostra nascita spirituale:Lui ha cambiato il mondo perché ha trasformato l'amore. Prima di Lui e senza di Lui l'amore era ed é un sentimento nobile destinato a pochi, ai migliori, ai privilegiati. Lui ne ha fatto un "comandamento", una regola, una legge per tutti gli uomini peccatori, ignoranti o colti, sani di mente o malati, ricchi o poveri, basta che abbiano "buona volontà". Per questo immagino che sarò promossa e, con me, tutta la classe Umana!.Grazie a Luisa per gli auguri belli che ricambio a tutti.

 
25/12/2012 - buon santo natale (LUISA TAVECCHIA)

Dio è con noi, nonostante noi, Che PACE!!!!! cari auguri luisa