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LETTURE/ Tommaso Ceva e quel poema su Gesù disprezzato dai "laici" Croce e Carducci

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Milano, il Duomo (InfoPhoto)  Milano, il Duomo (InfoPhoto)

“Vecchio” e “nuovo” si mescolavano contagiandosi a vicenda, e non è una bizzarria estrosa il fatto che Ceva scelse a un certo punto di cimentarsi in un’opera di divulgazione scientifica non solo calata nella nobile forma comunicativa degli esametri latini, ma per di più schierata sotto l’emblema di un titolo che era già in sé il manifesto di un programma ambizioso: Philosophia novo-antiqua (1704).

Muovendosi tra le due sponde estreme di un’unica cultura organica, Ceva rimase in effetti, fino alla fine dei suoi giorni, un sapiente enciclopedico, votato alla coltivazione delle arti delle Muse. Muratori lo celebrò come “uno dei primi” fra i “poeti moderni” più “possenti e maravigliosi”. Francesco Redi vide in lui il “Virgilio sacro di cotesta città di Milano e di tutta l’Italia”. L’opera in versi che lo rese celebre fu il poema in versi latini Iesus puer, apparso in prima edizione nel 1690, poi rivisto nel 1699 e più volte ristampato nella prima metà del Settecento. Gli studiosi che se ne sono occupati in anni recenti (Felice Milani, poi ripreso da Emanuele Colombo) hanno parlato di una accoglienza segnata da “entusiasmo” in tutta l’Europa cristiana, che fece del suo autore uno degli esponenti di punta della poesia neolatina devota dell’età moderna, a fianco dei più valenti campioni della scena letteraria, italiani e stranieri, fra cui il Sannazaro e il Vida. Arrivarono presto numerose riedizioni all’estero, varie imitazioni, nonché la traduzione in lingua tedesca e francese.

L’intreccio su cui il poema è costruito è una rielaborazione dei primi anni della vita di Cristo in chiave epica: ma si tratta di un’epica ormai totalmente cristianizzata, dalle corti e dai campi di battaglia degli antichi cavalieri abbassata fino al registro umile della vita dei poveri contadini e dei semplici pastori che hanno fatto da corona alla travagliata esistenza del Divino Bambino. Lo spunto è prelevato, oltre che dagli scarni frammenti dei testi biblici sull’infanzia di Cristo, dal favoloso leggendario dei Vangeli apocrifi, dalla letteratura agiografica accumulata nel corso dei secoli, da una florida tradizione esegetica che, da sant’Atanasio e Ireneo di Lione, arriva fino ai teologi gesuiti contemporanei come il portoghese Sebastiano Barradas, autore di un commento sulle concordanze delle “storie evangeliche”. A Barradas il Ceva rinvia nella premessa al lettore, spiegando il suo desiderio di esaltare la divinità del Figlio di Dio nascosta in modo inscindibile nella pienezza della sua umanità in quanto creatura indifesa esposta alla violenza del male.

L’esca che dà il via alla storia è la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Il suo arrivo provoca la rovina degli idoli pagani che là erano venerati. E da qui si scatena la rabbia dei diavoli, decisi a tutto pur di muovere guerra al Bambino che minaccia il loro oscuro influsso sul mondo. Tornati in Palestina, Maria e il Bambino lasciano Nazareth per rifugiarsi presso il Giordano, nella grotta in cui Giovanni, pure lui ancora in tenera età, già conduceva la sua profetica vita da eremita. 

 



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