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LETTURE/ Tommaso Ceva e quel poema su Gesù disprezzato dai "laici" Croce e Carducci

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Milano, il Duomo (InfoPhoto)  Milano, il Duomo (InfoPhoto)

Questo primo riparo però non bastava per proteggere l’incolumità del Redentore. Si decide di farlo riparare niente meno che nel Paradiso Terrestre, e subito dopo si scatena la battaglia decisiva degli angeli contro le creature demoniache, che una volta sconfitte fanno entrare in gioco, per vendicarsi, i loro servitori mondani, impersonati da Simone il Mago, inventore delle più terribili eresie. In terra di Samaria Simone sembra sul punto di prevalere, attirando dalla propria parte il culto delle folle suggestionate. Per porre fine con un colpo decisivo all’impero dell’errore, Maria allora convince il Bambino ad anticipare lo svelamento della sua divinità, partendo dagli abitanti di Nazareth. La manifestazione della sua vera natura avviene solo qualche anno più tardi, dopo lo smarrimento a Gerusalemme di Gesù ormai ragazzo, con il suo ritrovamento nel Tempio e il ritorno nel paese dove la famiglia viveva, in un tripudio di luci, di canti, di presenze angeliche osannanti, che costringe anche la natura a piegarsi in una esaltante dimostrazione di ossequio festoso.

Si può anche sorridere con supponente ironia, davanti al fantasioso dispiegarsi dell’immaginario così ingenuo, e così affettivamente caricato, degli autori cristiani dei secoli scorsi. È stata proprio questa la scelta dei fondatori dell’ideologia progressista e secolarizzata dell’Italia risorgimentale e post-unitaria, che hanno voluto liquidare, sostanzialmente emarginandola, la robusta continuità sotterranea della cultura di matrice religiosa che ha plasmato la nostra modernità più segreta e tenace. Carducci, da par suo, bollò l’“eroica scimunitaggine del padre Ceva”. Anche Croce non vi vedeva molto di più che il trionfo delle tendenze “devote e pinzochere”, che a suo dire avevano inquinato le arditezze della cultura barocca.

Se non si vuole restare prigionieri degli schemi del laicismo moderno, ci si può invece piegare a riconoscere il valore intrinseco di una mentalità certamente molto diversa dalla nostra, molto meno sobria, spoglia e misurata, ma carica di una vitalità che francamente si può oggi invidiare. La poesia di Ceva, e degli uomini che gli sono stati vicini, è la poesia della gioia. La sua è la lirica sacra della gloria, cioè dello splendore di una fede legata al trionfo del cuore e insieme alla potenza creativa di una ragione non imprigionata nella prigione del dubbio e nello scetticismo. Al centro si trova l’esaltazione della densità storica e della permanente attualità della storia mai conclusa della salvezza. Nelle stanze del suo Paradiso Terrestre, gli affreschi alle pareti rievocano le recenti vittorie di Vienna e di Buda contro le armate ottomane. I diavoli che fanno guerra al germe della presenza divina nel mondo sono tratteggiati come avveduti artigiani alle prese con i lavori più quotidiani delle botteghe operaie: il diavolo-arrotino affila a pagamento unghie e corna agli altri diavoli, il diavolo-maniscalco ferra i calcagni dei diavoli-centauri.

 



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