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LETTURE/ Tommaso Ceva e quel poema su Gesù disprezzato dai "laici" Croce e Carducci

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Milano, il Duomo (InfoPhoto)  Milano, il Duomo (InfoPhoto)

“Spirto divino”: così il grande poeta lombardo Francesco de Lemene definiva Tommaso Ceva, “quel padre saggio” che aveva conosciuto da vicino e di cui era diventato devoto amico, nella Milano spagnola del tardo Seicento. Con lui aveva condiviso l’intensità di una comune vocazione intellettuale, spartendola con letterati del calibro di Carlo Maria Maggi e dell’ancora più noto Ludovico Antonio Muratori.

Oggi questi autori hanno perso lo smalto della loro antica fama. I manuali scolastici li ignorano e i loro testi sono diventati terreno di caccia degli specialisti. Ma non fu così finché quei protagonisti della cultura italiana dei secoli scorsi furono in piena attività e continuò a farsi sentire l’influenza di una fortuna estesa, nei casi più felici, a una vasta cornice internazionale. Quella di Ceva, in modo speciale, è una figura di straordinario interesse.

Nato proprio a Milano, nel 1648, era entrato nella Compagnia di Gesù nel 1663. Dal 1675 visse e insegnò nel Collegio dei gesuiti di Brera, che era la fucina delle classi dirigenti della città, dove rimase fino alla morte, nel 1737. Genio dell’arte retorica, era un fine umanista e si distinse in particolare come poeta. Nello stesso tempo, acquistò la reputazione di “gran matematico”. Aperto alle conquiste della nuova scienza di matrice sperimentale e post-galileiana, perfettamente al passo con le ricerche che si sviluppavano negli ambienti accademici e nei circoli di dotti dell’alta cultura europea alla vigilia dell’esplosione dei Lumi, Ceva si trovava in bilico tra due mondi, che però erano ancora capaci dialogare tra di loro. 

Con il suo fertile estro creativo, contribuì a nutrire di nuova linfa il loro intersecarsi non sempre pacifico e armonioso: alle spalle, stava la gigantesca eredità di un sistema complessivo del sapere fondato sul classicismo cristiano e sul riuso della filosofia degli antichi, messi al servizio dell’antropocentrismo cattolico combinato con l’esaltazione del primato di Dio; di fronte si stagliava la forza crescente di attrazione di una modernità rivestita del fascino della precisione, tesa alla conoscenza spasmodica della realtà, sorretta dalla volontà di manipolarla sempre più a fondo, a vantaggio degli interessi e delle passioni della persona umana.

La frattura polemica tra “antichi” e “moderni” non si era ancora tramutata in un conflitto mortale. Come Muratori, come molti altri fra gli uomini di lettere con cui Ceva fu costantemente in contatto – per esempio Daniello Bartoli, o il matematico Guido Grandi – egli poteva ancora puntare alla sintesi, e la sua sintesi non poteva che essere quella di una totalità inclusiva, dove i linguaggi artistici e il patrimonio teologico-filosofico di una venerata tradizione arrivavano a infiltrarsi nei laboratori degli artefici della fisica e dell’astronomia anticonformiste, reagendo alle sfide di un avanzamento verso la verità che imponeva di rinunciare a molte delle vecchie tesi, colpite nella loro pretesa di validità. 



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