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LETTURE/ Tommaso Ceva e quel poema su Gesù disprezzato dai "laici" Croce e Carducci

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Milano, il Duomo (InfoPhoto)  Milano, il Duomo (InfoPhoto)

Il meraviglioso cristiano che si nutriva della mitologia e delle favole degli antichi è un meraviglioso tutto radicato nella concretezza della realtà più fisica e materiale. Il sacro a cui rinvia, è un sacro che si è fatto carne. Cesellando le imprese del suo primo affacciarsi sulla scena del teatro del mondo, la poesia di Ceva elabora il repertorio di un realismo che è consanguineo al realismo descrittivo della pittura lombarda dei Sei-Settecento, e già prefigura il verismo che più tardi sarà il blasone onorifico di Manzoni e Porta. I dettagli minuti e l’ancoraggio alla “verità” dei fatti sono stati l’anima di un modo geniale di mettere in rapporto tra loro l’ideale religioso e l’amore al destino dell’uomo vivente nel flusso inesorabile della storia.

In Iesus puer, il cammelliere reduce dall’Egitto che sciorina il racconto delle avventure dei profughi sfuggiti alla strage di Erode decanta anche la bontà del vino offertogli per bagnare la gola arsa dalle cipolle crude. Gli alberi che si piegano per rendere omaggio al Bambino Gesù scrollano i loro frutti facendoli cadere sulla testa di un povero asino inconsapevole. Nelle vigne di Palestina, il primo miracolo che si impone è quello che fa fiorire fiori e frutta nel pieno rigore dell’inverno, mettendo in subbuglio la folla agreste dei dintorni. E quando il ragazzo ritrovato nel Tempio fa il suo ritorno da eroe tra i compaesani nazareni, alla testa di un esercito di “creature celesti”, bello come la “stella del mattino”, a segnare i suoi passi sono “gli acanti, la margheritina mista al partenio, il convolvolo, il giaggiolo e i fiori color giallo oro del campo”.

 

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