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DIBATTITO/ Nella sinistra di Barcellona la prova che Bersani è rimasto a Togliatti

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Achille Occhetto (a sin.), autore della svolta della Bolognina e "liquidatore" del Pci (InfoPhoto)  Achille Occhetto (a sin.), autore della svolta della Bolognina e "liquidatore" del Pci (InfoPhoto)

Se il Pd non è mai stato comunista, perché adesso giustificarlo dicendo che ha abbandonato il comunismo? Che senso ha la pluriennale fatica di un Veltroni, il tentativo di far vedere che che il Pd è un partito nazionale e − appunto − democratico?

Dunque la lettura storica di Barcellona non regge?

Assomiglia tanto a un’operazione politica: quella di riscrivere il passato in funzione del presente. Lo si può fare, ma non così. Come si fa a dire che l’alternativa è tra monetarismo e keynesismo, quando Bersani si è già impegnato a rispettare i vincoli di Maastricht e il pareggio di bilancio? Ma allora, chi − per usare i termini di Barcellona − è più «monetarista» di Bersani? Se invece Bersani è keynesiano, perché fino ad ora ha sostenuto Monti? Si può essere keynesiani quando ci sono capitali inutilizzati, non quando si sta nella Bce, come Bersani ha tutta l’intenzione di fare.

La ricostruzione storica di Barcellona enfatizza il ruolo di Togliatti. La sua opera fu decisiva «nella fase costituente della nostra Repubblica».

È vero che Togliatti firmò l’amnistia, che era tale sia per i partigiani sia per i repubblichini. Barcellona sembra attribuirla alla magnanimità e alla vocazione democratica del Migliore, in realtà si trattava di una motivazione politica: certamente condivisibile, perché dopo una guerra civile occorre voltare pagina, ma quella scelta fu fatta nel quadro di una precisa strategia di conciliazione nazionale.

Cosa intende dire?

Il problema di Togliatti era quello di vivere da comunista in un Paese capitalista. Un problema che anche Stalin aveva chiarissimo. Il lavoro di Togliatti, in modo coerente, è stato quello di convertire un partito a modello giacobino in un partito di massa. L’«armistizio» che presiede all’accordo raggiunto in Assemblea costituente va visto su questa base ideologica.

È la famosa doppiezza di Togliatti?

Sì. Su di essa si sono scritte valanghe di libri, tutto lavoro inutile, a leggere Barcellona. Togliatti parlava al Paese e alla base del Pci. A questa faceva intendere che al momento giusto si sarebbe fatto il salto di qualità. Al resto del Paese diceva che il Pci è un partito democratico. Ma sapeva bene che queste due cose non potevano stare insieme e che la rivoluzione non si poteva fare; almento finché non sarebbe arrivato il momento, e infatti in Emilia i quadri del Pci avevano le armi nascoste ma erano pronti a usarle. L’armistizio c’era, sì, ma correva sul ciglio del burrone. È merito di Togliatti, insieme a De Gasperi, non aver lasciato che il Paese cadesse giù, ma lo ha fatto non perché era riformista − una parola, mi passi il termine brutale, che gli faceva schifo − ma per una ragione tattica: se non si può attaccare, si sta fermi.

È stato così anche dopo?

 



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