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DIBATTITO/ Nella sinistra di Barcellona la prova che Bersani è rimasto a Togliatti

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Achille Occhetto (a sin.), autore della svolta della Bolognina e "liquidatore" del Pci (InfoPhoto)  Achille Occhetto (a sin.), autore della svolta della Bolognina e "liquidatore" del Pci (InfoPhoto)

Ancora nel ’79, come si legge nelle sue lettere ad Antonio Tatò, Enrico Berlinguer è convinto di avere la ricetta per salvare il mondo dalla crisi attraverso il socialismo. Il socialismo di cui parla Berlinguer non è il welfare state ma il superamento della società capitalistica. Da cui l’odio per Craxi.

Continua Barcellona: «Togliatti fu inoltre il vero artefice della costruzione di un rapporto nuovo fra Stato e Chiesa, sanzionato nell’articolo 7 della nostra Costituzione, a riprova che la questione cattolica era per la dirigenza del partito una questione centrale…».

L’apporto di Togliatti è stato determinante, ma sempre nel quadro della stategia che sappiamo. In Italia senza la Chiesa e senza il partito dei cattolici non si poteva governare, quindi bisognava trattare. Questo Togliatti lo sapeva benissimo. Quindi doveva dimostrare alla Dc e alla Chiesa che su di loro, sul Pci, si poteva contare.

Cito ancora: «Nei terribili anni del terrorismo, il contributo che i comunisti italiani riuscirono a dare per sconfiggere i nemici dello Stato, che cercavano di mascherarsi dietro ideologie marxiste e leniniste, è stato decisivo per mantenere l’unità del Paese».

Il partito di Berlinguer ha dato un contributo decisivo alla sconfitta del terrorismo, ma solo dopo il ’76. Vogliamo dimenticare le «sedicenti Brigate rosse» dell’ondivago e imbarazzante periodo precedente? «Sedicenti» ovvero: guardate che dietro il nome ci sono i fascisti. Eh no. Mi chiedo come Barcellona possa contestare che la matrice delle Br fosse il comunismo: lo era eccome. Non è un caso che prima del ’76 il Pci volesse recuperare i «compagni che sbagliano»: compagni, appunto.

Veniamo al divorzio e all’aborto. «La linea scelta non aveva alcuna base ideologica antireligiosa ma soltanto una valutazione politica di tutela delle classi più deboli». E ancora: «Berlinguer scelse di appoggiare il referendum come male minore necessario per evitare il massacro delle donne povere» etc.

Ha ragione Barcellona nel dire che l’operazione rispondeva ad una logica politica: il Pci, come partito più forte dell’opposizione, si trovò con l’opportunità di capitanare una grande ondata antidemocristiana. Doveva essere la grande spallata, il punto culminante del piano del Pci per unificare l’opposizione, fiaccare la Dc e andare finalmente al governo. Non c’entrano le classi più deboli.

Al di fuori dei singoli punti della ricostruzione storica fatta da Barcellona, lei cosa vede in una posizione culturale come quella difesa dal professore?

Sono le tesi di una vulgata spicciola dei quadri del Pci prima e del popolo di sinistra poi, quel popolo che ora è rimasto nettamente minoritario perché la maggior parte dei dirigenti non ragiona più così. In generale, al di là delle tesi prettamente storiche, vi si può riscontrare la stessa mens che ha portato D’Alema a definire «moralmente discutibile» la discesa in campo di Monti. C’è una sinistra che pensa di avere una causa moralmente giusta e liberatoria e che pertanto non si capacita di non risultare vincente.

Che cosa manca secondo lei a questa sinistra?

 



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