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ARTE/ Dio e il suo segno: Morasso di fronte a Congdon

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William Congdon (1912-1998), Crocifisso 18 (1966) (Immagine d'archivio)  William Congdon (1912-1998), Crocifisso 18 (1966) (Immagine d'archivio)

La “lettura” che il poeta Massimo Morasso fa dei capolavori di William Congdon s intreccia e dà sostanza alla sua ricerca sulla parola. L’arte ha ancora nostalgia dell’altro mondo? 

All’inizio della terza parte del suo ultimo libro di poesie (La caccia spirituale, Jaca Book) Massimo Morasso scrive: «Privo di spocchia e umilmente abbarbicato / alla cella dei sogni condivisi / mi piacerebbe diventare un monaco in ginocchio fra le icone, / un uomo semplice che forgia sé in un metodo, / uno che riesce a perdersi nel fuoco che lo attira / tutto visione tutto trasfigurazione». Credo che sia questo augurio rivolto a se stesso il movente che ha avvicinato Morasso, colmo di affascinata curiosità, alla pittura di William Congdon, sulla quale ha pubblicato – quasi contemporaneamente al volume di poesie – Essere trasfigurato (Edizioni Qiqajon). 

Dell’artista americano Morasso dice: «Di tutti i pittori del Novecento che ho avuto occasione di avvicinare nel corso della mia vita, Congdon è il più spiritualmente rilevante». Torna in questa frase, sotto forma di avverbio, l’aggettivo del titolo della raccolta poetica. Ma «spirituale», per Morasso, è la cosa più lontana dalla vaghezza melensa ed inconsistente che viene comunemente spacciata sotto questa parola. Piuttosto è – come scrive in una poesia, guardando una foglia che cade - «una proposta che s’invera / e spinge a dar fiducia anche al visibile, / goccia di senso dentro al mälstrom / dell’ignoto».

La pittura di Congdon viene dunque analizzata come inesauribile ricerca/caccia del segno – per il poeta la parola – che trasfiguri, del particolare che (come le sparute capanne del villaggio peruviano minacciate dal fiume dipinte da Condon nel 1976) sveli «il punto di fuga» attraverso il quale si possa resistere «all’incombenza delle tenebre»; insomma ricerca/caccia di ciò che abbia potenzialità salvifica. Quella potenzialità cui l’arte moderna sembra allegramente rinunciare, attenta solamente a dinamiche narcisistiche o commerciali. Anche la poesia soffre di questo svigorimento: «Come non pensare alla fine di una civiltà / se la lingua non conosce più l’ordine delle parole / e l’avvento del sole sembra uguale al suo declino».

Tra tutta la produzione congdoniana, Morasso si concentra sulla enigmatica serie dei 182 crocifissi, che attraversa, come un filo autonomo e tagliente, il ventennio centrale dell’arte congdoniana, inquadrato, a monte, dal periodo newyorkese e veneziano e, a valle, da quello trascorso a Gudo Gambaredo. Di queste opere Morasso, come dice il sottotitolo, intende offrire «una lettura teologica» e non è certo possibile darne adeguata informazione nel breve spazio di una recensione. Vorrei solo tornare sul termine «trasfigurazione» da cui sono partito. 



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