BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

PASOLINI/ Cosa ci ha lasciato il passato che abbiamo tradito?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o sulle Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti del Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

È una rivelazione commovente quella che si spalanca se ci si lascia colpire dalla forza in un certo senso profetica dei versi. Ovviamente, le parole sono proprio parole del regista di Mamma Roma. Con la data del 10 giugno 1962, l’intero componimento ricompare, con minime varianti, nella raccolta Poesia in forma di rosa, uscita l’anno successivo a quello della Ricotta, nel 1964, e da lì è confluito nella collezione generale dell’opera poetica pasoliniana, offerta nei Meridiani di Mondadori (Tutte le poesie, I, pp. 1098-99).

Qui il brano finale letto da Welles si ricongiunge con lo stupendo avvio per contrasto dell’invenzione poetica, nel film soltanto accennato. Lo scatto era stato dato, in effetti, dalla visione, risplendente di luce, di un “rudere, sogno di un arco, / di una volta romana o romanica”, scovato “in un prato dove schiumeggia un sole / il cui calore è calmo come un mare”. In un clamoroso segno monumentale, era l’imprevedibile epifania di una sontuosa bellezza perduta che si elevava a sigillo di un mondo umano, di un “uso” e di una “liturgia”, ormai “profondamente estinti”, ridotti al silenzio dall’avanzata del progresso, spazzati via da una bruciante “modernità di fuoco”, con le sue reti di strade brulicanti di traffico, con i suoi ammassi di “migliaia di persone” ridotte a poveri “pulcinella”, che “si incrociano pullulando”, scuri in volto, sopra “accecanti marciapiedi”, “contro / l’Ina-Case sprofondate nel cielo”.

La piovra della città moderna ha fagocitato – e forse non può più essere diversamente – le oasi di ricchezza dello spirito delle antiche abbazie disperse nella pianura un tempo desolata di uomini. Ma nella poesia di Pasolini non c’è solo la registrazione di un mutamento esteriore di paesaggio. Il senso è molto più coinvolgente, molto più decisivo. Nella finzione della Ricotta, completata la sua lettura, il regista interpella l’intervistatore a bruciapelo, mettendolo con le spalle al muro: “Ha capito qualcosa?”. Lui farfuglia banalità approssimative. E Orson Welles lo seppellisce apostrofandolo duramente: “Lei è un uomo medio!”. Non si intende neanche di una mediocrità scusabile, come un dato di fatto sociologico. No: qui entra in gioco, nella mente di Pasolini, lo spettro di una connivenza colpevole, non solo subita ma anche nutrita, assecondata, fatta germogliare. Il povero giornalista finisce con l’essere insultato come fosse “un mostro”, “un pericoloso delinquente”, un “conformista”, un “qualunquista!”.

 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >