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PASOLINI/ Cosa ci ha lasciato il passato che abbiamo tradito?

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Pier Paolo Pasolini (InfoPhoto)  Pier Paolo Pasolini (InfoPhoto)

Il dialogo tra i due personaggi non può portare a nessun frutto di vera intesa: è come un dialogo tra sordi. Al “qualunquismo” dell’uomo medio, vittima dei luoghi comuni della “borghesia più ignorante d’Europa”, Pasolini aveva già contrapposto, all’inizio della scena dell’intervista, la depistante dichiarazione messa in bocca alla sua controfigura sullo schermo: ciò che aveva voluto esprimere con il film La ricotta era il suo “intimo, profondo, arcaico cattolicesimo”. Si disegna fin dall’esordio una vertiginosa (e magari anche discutibile) contrapposizione drastica tra la forza di una tradizione ancorata al senso religioso coralmente vissuto in una comunità di uomini e la solitudine strisciante delle folle anonime ingabbiate nella ragnatela delle periferie urbane in gigantesca espansione.

Ma se ci si lascia ferire dalla provocazione scandalizzata del poeta-regista che ci interpella, si comprende che il discorso si può allargare a un orizzonte molto più dilatato. Viene chiamato in causa il bisogno insopprimibile che si può ridestare, anche dentro il deserto della società moderna, spogliata della ricchezza delle sue identità molteplici e livellata verso il basso, di riannodare un legame con il mondo da cui noi veniamo, di cui siamo figli magari inconsapevoli. Guardando alla miseria del vuoto che si è creato intorno a noi, possiamo essere portati fino a risvegliare la nostalgia per qualcosa d’altro che forse non c’è più, o magari è soltanto diventato meno decifrabile, meno imponente e massicciamente condiviso. Le tracce della grandezza del passato da cui discendiamo – ce lo testimonia in chiave paradossale il manifesto poetico de La ricotta, nello stesso momento in cui, alla lettera, sembra negarlopossono ancora catturare chi si dispone ad accoglierle aderendo alla loro potenza pur soffocata di richiamo, come nel sole abbagliante della campagna in cui Pasolini ambienta la sua rievocazione del mondo che abbiamo perduto. Viviamo, sì, sull’“orlo estremo di qualche età / sepolta”. Ci sentiamo orfani di “fratelli che non sono più”. L’“amore” che ci teneva in piedi è stato tradito, sfigurato. Le “chiese”, le “pale d’altare”, i luoghi e le realizzazioni dell’antica civiltà contadina sono stati inghiottiti dalla voragine di una “dimenticanza” che si allarga sempre di più davanti a noi, man mano noi, in direzione contraria, ci lanciamo nel nostro girovagare lungo le vie agitate della nostra vita moderna, “come un cane senza padrone”.

Non possiamo tuttavia rassegnarci a latitare nel “Dopostoria”. Le eredità permanenti non si possono mai cancellare del tutto. La memoria del passato è un fascino che ancora può tornare a sedurre. Quando riesce a spaccare la crosta dell’indifferenza programmata per l’“uomo a una dimensione”, schiacciato sulle prospettive ridotte della realtà manipolabile e del tornaconto immediato, l’energia della memoria si trasforma in un invito caloroso a ripopolare la terra bruciata che i distruttori della “tradizione” hanno creato per fare spazio alle “magnifiche sorti e progressive” di un umanesimo solo orizzontale, appiattito e amputato, minacciosamente anti-umanistico.



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