BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

PASOLINI/ Cosa ci ha lasciato il passato che abbiamo tradito?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Pier Paolo Pasolini (InfoPhoto)  Pier Paolo Pasolini (InfoPhoto)

Nelle campagne ondulate che si distendono intorno alla nostra capitale, dove gli edifici della città moderna avanzano in modo caotico, sostituendosi agli ultimi relitti superstiti delle antiche civiltà del passato, una troupe cinematografica è in fermento per realizzare un film sulla storia della Passione. Lo scenario è paradossale, tra il grottesco e l’onirico. Le parole e i gesti sguaiati delle comparse chiamate a reimpersonare la vicenda suprema che ha segnato il destino del mondo si mescolano ai maldestri tentativi di rappresentarla tramite quadri viventi che replicano le linee delle deposizioni di Rosso Fiorentino e di Pontormo, accompagnandosi ai versi incandescenti di Iacopone. Il tutto sotto la regia del grande Orson Welles, flemmatico capitano a disagio nel tenere sotto controllo la ciurma indisciplinata che alterna il lavoro per la nobile impresa agli ameni conversari in perfetto stile romanesco.

È questo lo sfondo immaginato da Pasolini, nel 1963, per il celebre mediometraggio La ricotta, concepito in origine come terzo episodio di un film in cui l’opera del geniale critico della moderna omologazione culturale figurava al fianco dei contributi di Rossellini, Godard e Gregoretti. Nel cuore del frammento pasoliniano, resta memorabile la scena del surreale dialogo tra il regista, sprofondato nella sua classica seggiola, e un giornalista, interprete della comune opinione del politicamente aggiornato, che si fa avanti, pieno di ossequio formale, per intervistarlo.

Dopo la serie di convenzionali domande a cui il regista si lascia sottoporre con sorniona ironia, esplode la sorpresa di un contrattacco che ribalta completamente il modo di guardare al compito dell’artista (e dell’intellettuale) contemporaneo. Da una parte sta il gossip delle chiacchiere che si sciolgono galleggiando alla superficie dei problemi. Dall’altra, il fendente di una verità radicale, nella cui forza incisiva viene alla ribalta il pensiero stesso del creatore della finzione su pellicola: cioè di Pasolini in persona.

“Io sono una forza del Passato”: è lo slogan che il regista annuncia all’esterefatto interlocutore, còlto in contropiede. Aggiunge che è il titolo di una poesia. Spiega che, nella sua prima parte, il poeta “ha descritto certi ruderi antichi di cui nessuno più capisce stile e storia e certe orrende costruzioni moderne che invece tutti capiscono”. Siamo davanti a parole che riproducono come in uno specchio la medesima scena in cui è collocata l’invenzione cinematografica di cui si è spettatori: una poesia-denuncia, dentro il film che racconta il compiersi di un altro film su un dramma reale, come momenti tutti legati in una catena che unisce il passato lontano al presente più vivo. Poi, prendendo in mano un libro che reca sulla copertina l’emblema di un altro famoso film di Pasolini, Mamma Roma, il regista comincia a declamare solennemente, dal punto in cui – lui dice – l’autore del testo, evocato con un chiaro simbolo allusivo, “attacca così”:



  PAG. SUCC. >