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PASOLINI/ Cosa ci ha lasciato il passato che abbiamo tradito?

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Pier Paolo Pasolini (InfoPhoto)  Pier Paolo Pasolini (InfoPhoto)

Il filo estremo di speranza che, nonostante tutto, Pasolini lascia intatto sotto la coltre del suo pessimismo antimoderno (“Io sono una forza del Passato…”) vale per il fascino prestigioso dei millenni della tradizione cristiana: non possiamo impunemente gettarla alle nostre spalle, lanciandoci senza più ormeggi verso l’ignoto. Ma il discorso non può riguardare solo i patiti di un “arcaico cattolicesimo” di retroguardia. Vale, più in generale, per ogni forma della ricchezza umana di una civiltà da cui tanti cattivi maestri, alleati con i padroni della secolarizzazione consumistica e della rottura individualista dei legami, hanno cercato di strapparci. Sono stati i profeti negativi di una desolazione alla fine raggelante. Sul suo cammino, hanno seminato distruzioni e rovine che sono l’esatto equivalente di quei ruderi di pietra fra i quali, come Pasolini, possiamo rischiare di aggirarci bloccati dallo spavento di un “feto adulto”, che non ritrova più il volto sereno della madre da cui ha tratto la sua origine, reso orfano per sempre. Non è detto, però, che questa sia la fine obbligata. Dal letargo di una morte, sappiamo che si può anche risorgere.

Può essere una metafora, cruda ma altamente significativa, per difendere il senso dell’utilità civile, per noi, oggi, di ogni tipo di storia, cioè di ogni legame ricostituito con la realtà che ci ha generato.

 

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