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DIBATTITO/ Perché il centrosinistra è incapace di fare i conti con la storia del Pci?

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Lo spettro dell'Urss (InfoPhoto)  Lo spettro dell'Urss (InfoPhoto)

Da questo punto di vista, nella storia repubblicana del nostro Paese, l’intellettualità comunista, assieme ad una foltissima compagnia di ventura ad essa contigua, ha svolto un ruolo formidabile e ineguagliabile nel saper costruire dei “modelli forti di interpretazione storica” nonché nel saper fornire della chiavi di lettura degli avvenimenti più importanti della storia nazionale. Questa innegabile capacità interpretativa ha dato luogo ad una lunghissima serie di rappresentazioni sociali della realtà che, però, avevano come scopo ultimo sempre e soltanto quello della legittimazione politica.

Il riferimento fatto da Barcellona, nel suo intervento, al ruolo storico del Pci o, per meglio dire, usando un linguaggio d’epoca caro a tutti i documenti ufficiali di partito, alla “funzione nazionale” e alla “necessità storica” del Pci all’interno del sistema politico italiano, infatti, altro non è che la reiterata riproduzione di un topos narrativo costruito con grande sapienza politica da Togliatti nel primo dopoguerra, avallato e plasmato da storici e intellettuali negli anni Sessanta e Settanta, rimodellato e aggiornato, infine, da Berlinguer fino a diventare, gramscianamente, senso comune diffuso tra una larga fetta della società italiana. Un topos che dipingeva il Pci come un partito necessario per la classe operaia, storicamente inserito nella migliore tradizione politica italiana – tanto che Togliatti riuscì ad acquisire, nel patrimonio culturale, persino Cavour e la destra storica – e, soprattutto, un baluardo della democrazia, ovvero un argine contro ogni deriva reazionaria e populista, dal fascismo alla legge truffa, che aveva dato un contributo eccezionale nella redazione della Costituzione. In sintesi, dall’equivalenza tra antifascismo e comunismo scaturiva la democraticità del Pci, mentre dal nesso identità/costituzione nasceva l’italianità del partito di Togliatti e Berlinguer.

Da questa narrazione storica, che, ovviamente rimuoveva tutte le pagine buie di quell’esperienza, a partire dal legame del Pci con l’Urss e dal rapporto Togliatti-Stalin nella cosiddetta “svolta di Salerno” del 1944, sono scaturite una lunga serie di mitologie politiche e nuove codificazioni simboliche. Non ultima quella del “patriottismo costituzionale” oggi molto in voga nel ceto intellettuale e resa ancor più celebre dallo show di Benigni.

Ma la questione di fondo, il rapporto tra storia e politica, e tra ciò che è stato raccontato e ciò che è stato rimosso, rimane al centro della questione. Soprattutto per quel che concerne l’influenza del comunismo nella storia d’Italia. Qualche anno fa, proprio su questi temi, sorse un interessante dibattito che non ha avuto, però, la diffusione che meritava. Barbara Spinelli parlò di un “patto dell’oblio” tra i vecchi militanti del Pci e i post-comunisti. Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin parlarono del “silenzio dei comunisti”, il silenzio di chi non aveva ancora elaborato il lutto per la fine del Pci e di chi non era riuscito a ripensare la propria storia. Aldo Schiavone, infine, prendeva di petto la questione, invitando a “fare i conti” col comunismo perché coloro che erano stati comunisti in Italia avevano il dovere di dar conto di cosa era accaduto, mentre dopo il crollo del muro di Berlino era “avvenuta un’autentica rimozione del comunismo dalla coscienza del Paese e dal suo profilo civile”.

 



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COMMENTI
31/12/2012 - commento (francesco taddei)

Consiglio a tutti di leggere le pagine di Pansa sulla resistenza rossa e del loro progetto di prendere il potere con la forza, arginato dal fatto che l'Italia fu inserita nel patto atlantico. la visione comunista (e con alcune frange della rappresentanza cattolica) della società è alla base dello statalismo-egualitarismo moderno, che ingessa tutto.